"La verità è come un mosaico: bisogna mettere insieme i tasselli per arrivare a conoscerla. E questo mosaico mostra connivenze tra pezzi dello Stato e mafia che hanno portato alle stragi e poi ai depistaggi". Gioacchino Genchi, 50 anni, funzionario di polizia e consulente informatico, ha operato per diverse procure, svolgendo un ruolo decisivo in inchieste delicate. Un lavoro scomodo quello di Genchi, finito sotto indagine per aver svolto "attività illegale di intercettazione", accusa da cui è stato pienamente assolto. Nel marzo scorso è stato anche sospeso, per la terza volta in carriera, dalla polizia (la motivazione: aver accettato l'invito a un congresso dell'Italia dei valori). Così gira l'Italia raccontando la sua esperienza.
Edoardo Montolli, autore della sua biografia (uscita per Aliberti editore), lo ha definito "Un uomo in balìa dello Stato", uno Stato per cui lui ha lavorato duramente. A cavallo degli anni '90, quando collaborava con la procura di Caltanissetta, fu il primo a indagare sulle complicità tra mafia e apparati dello Stato, facendo emergere il ruolo che i Servizi deviati avrebbero giocato nel fallito attentato a Falcone (al fianco del quale ha lavorato) nel 1989 e nelle stragi del 1992. Fu tra i primi ad arrivare in via D'Amelio e, grazie al suo intuito, a scoprire dove fosse collocato il telecomando che aveva innescato l'esplosione.
La risposta era a poca distanza da Palermo, sul Monte Pellegrino, dove sorge il Cerisdi, un centro di studi: una struttura utilizzata dai Servizi e dagli uomini dell'Arma e con cui, in base a quanto emerso dai tabulati telefonici studiati da Genchi, erano in contatto due "picciotti".
Nel 2007 si trasferisce a Catanzaro e, accanto al pm De Magistris, collabora all'inchiesta "Why not?", che rivela l'esistenza di un sistema di potere occulto che coinvolge politici, imprenditori, militari e massoni. Il giudice e i suoi collaboratori vengono rimossi. L'inchiesta, conclusa dai nuovi titolari, non porta a nulla. Una vicenda oscura che rientra nella peculiare situazione calabrese, "dove manca quella cultura che in Sicilia si è formata col sangue delle stragi -spiega Genchi-: e ha permesso la crescita dei magistrati". Ma il consulente siciliano si preoccupa anche delle cricche del Belpaese: "Bisogna bonificare le istituzioni, persino la magistratura -e ricorda-. Quando parlai di collusioni tra mafia e Stato mi presero per pazzo. Alla luce degli ultimi sviluppi sull'inchiesta delle stragi devo dire, però, che i fatti mi stanno dando ragione".
Testo di Massimiliano Perna










OKNOtizie
Segnalo
Diggita
Delicious
Facebook