Agosto 1945. Nei boschi della val di Fiemme, in Trentino, viene trovato il corpo di un giovane dalla pelle scura. Inizialmente il cadavere viene attribuito a un ufficiale medico sudafricano, poi a un soldato afro-americano, poi a un internato mulatto del lager di Bolzano. Nessuno poteva immaginare che Giorgio Marincola fosse un partigiano dalla pelle nera, un meticcio cresciuto nell'Italia razzista degli anni Trenta, figlio di un maresciallo del Regio esercito e di una donna somala, che dopo l'8 settembre 1943 ha combattuto nelle fila delle brigate "Giustizia e libertà".
Una figura affascinante quella di Giorgio Marincola, ucciso dai tedeschi a soli 22 anni. "La vicenda di mio zio è ancora attuale, e interroga tutti gli italiani con la pelle scura", commenta Antar Marincola, figlio della sorella. In particolare i giovani di seconda generazione, nati qui ma con il permesso di soggiorno, perché di origine somala, cinese, russa, romena o albanese. "Quando mi capita di raccontare loro la vita di mio zio -prosegue Antar-, ho spesso la sensazione che si domandino che cosa sarebbero disposti a fare per l'Italia".
Ma per capire che cosa significasse la parola "patria" per un meticcio come Giorgio cresciuto nella Roma fascista degli anni Trenta, occorre fare un passo indietro, e mettersi in ascolto. "Sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà. Non come un colore qualsiasi sulla carta geografica", disse Giorgio ai microfoni di Radio Baita, emittente creata dai tedeschi per trasmettere messaggi di propaganda anti-partigiana. Avrebbe dovuto denigrare la Resistenza, scelse invece di esaltarla, mandando su tutte le furie gli uomini che lo tenevano prigioniero a Biella.
"La sua breve esistenza testimonia la storia d'Italia tra l'Ottocento e il 1950" commenta Carlo Costa autore, assieme a Lorenzo Teodonio, di "Razza partigiana" (Iacobelli editore) che ripercorre le vicende di Giorgio Marincola: l'avventura coloniale, il regime fascista, la guerra partigiana combattuta prima a Roma, poi nel Biellese e in val di Fiemme, dove i nemici lo freddarono a un posto di blocco nei pressi di Stramentizzo, il 4 maggio 1945, nell'ultima strage nazista in territorio italiano.
"Attraverso la politica Giorgio è riuscito a definire la propria identità -conclude Carlo Costa-, diversamente da sua sorella Isabella che, per tutta la vita, si è sentita fuori posto: somala in Italia, italiana in Somalia".
Testo di Ilaria Sesana










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