Seconde generazioni
Le tante lingue degli affetti
Ninne nanne, favole e filastrocche, un patrimonio di ritmi, suoni, emozioni e tradizioni che viene trasmesso in due o più idiomi, quando mamma e papà provengono da Paesi differenti.

Ninne nanne, favole e filastrocche accompagnano i primi anni della vita di ogni bambino. Un patrimonio di ritmi, suoni, emozioni e tradizioni che viene trasmesso in due o più idiomi, quando mamma e papà provengono da Paesi differenti e nessuno dei due vuole rinunciare alla propria lingua degli affetti. Ma se da un lato c'è l'opportunità di stimolare fin dall'infanzia il bilinguismo, dall'altro si corre il rischio di aumentare la confusione nella mente dei più piccoli.

Le strade da seguire per scongiurare questa eventualità sono diverse. Alcune fanno appello agli studi di affermati specialisti; altre sono dettate dall'istinto che, nel bene e nel male, guida i passi incerti dei neo-genitori. In genere più le situazioni sono complicate, più c'è bisogno di scelte ragionate.
È il caso di Lucija che al suo Ivan, un cucciolo di nove mesi, insegna il croato (la lingua della mamma), l'italiano (quella del papà) e lo spagnolo. "Quando siamo da soli uso il croato: gli piace molto ascoltare Jezurka Jezic, la favola del Riccio Riccardo -spiega Lucija-. Quando c'è anche il suo papà invece parliamo in italiano". Allo spagnolo pensano le maestre dell'asilo di Madrid, città in cui vive la giovane coppia.

Una scelta del tutto opposta a quella dell'italobrasiliana Anelise Sanchez che nei primi tre anni di vita ha utilizzato con la sua Isabella solo l'italiano: "Passava la maggior parte del tempo con me, se le avessi parlato in portoghese, al nido si sarebbe sentita spaesata -spiega-. Non volevo che si trovasse in difficoltà e non riuscisse a chiedere alle maestre neppure il permesso per andare in bagno". Anelise ha quindi aspettato che la figlia fosse in grado di padroneggiare bene una lingua prima di iniziare a parlarle nel secondo idioma. Una via più semplice, ma non priva di pericoli, la intraprendono quei genitori che, dopo aver sentito varie opinioni sul tema, si arrendono all'intuito.

Ammetto di appartenere a quest'ultima categoria: quando parlo a mia figlia Isabelita Rebelde uso la lingua che mi viene più immediata in base all'occasione, alla memoria e alle emozioni che si mischiano continuamente. Sperando però che la mia piccola non finisca per parlare per tutta la vita solo un buffo ma impreciso itagnolo con note originali di chilensis, espressioni proprie del Cile, mio Paese di nascita e di origine.

Testo di Paula Vivanco

 

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