Luigi o Lin, Francesca o Dolores? A quale lingua e tradizione le seconde generazioni si affidano nella scelta dei nomi per i propri figli? Il dilemma è se puntare sulle origini straniere oppure dare spazio a nomi più comuni in Italia, Paese dove seconde e terze generazioni, figli e nipoti dell'immigrazione, sono cresciuti o cresceranno.
La decisione non è semplice e le motivazioni personali e i condizionamenti culturali si intrecciano. Per mia figlia, una "pupona" di cinque mesi, ho preferito un nome molto frequente nel mio Paese d'origine, il Cile, e che non risultasse troppo ostico a Roma, città dove è nata. Insieme a un altro, forse un po' fuori dagli schemi, ma speciale e sempre in spagnolo, per la donna che sarà in futuro indipendente e non passiva. Il risultato finale suona come una minaccia per i poveri genitori: Isabel Rebelde (ribelle). Una scelta di cui mi sento felicemente responsabile, dopo aver fatto presente a mio marito che, secondo le leggi italiane, nostra figlia avrebbe portato solo il suo cognome (italiano), e che Isabelita sarebbe risultato più familiare ai parenti latino-americani.
Anche le seconde generazioni di origine cinese tendono a cercare un equilibrio tra le diverse anime. "Sarà per comodità, ma è molto diffusa la tendenza a scegliere nomi italiani così da poterli scrivere più facilmente sui documenti di riconoscimento. Però si tratta quasi sempre di nomi brevi, come quelli cinesi, al massimo di due sillabe" racconta Marco Wong, presidente onorario dell'associazione Associna. Ma non è finita, perché al doppio nome non si rinuncia: "Di solito è cinese -prosegue Marco Wong-, e chiediamo l'aiuto dei futuri nonni, perché chi è cresciuto in Italia non ha abbastanza dimestichezza con lingua e tradizioni".
Anche tra i partecipanti della rete G2, l'organizzazione nazionale dei figli di immigrati, la questione è spinosa. Come nel caso di Neva Besker, futura madre di un maschietto per il quale non ha ancora un nome ma solo alcuni criteri di scelta: "Io e mio marito stiamo pensando a un nome che si scriva e legga nello stesso modo nelle nostre quattro lingue (italiano, croato, spagnolo e catalano): ci siamo appena trasferiti in Spagna, dove entrambi godiamo di pari trattamento come ricercatori universitari (in Italia la carta di soggiorno ti penalizza) e dove quindi resteremo. Finora, il primo nella nostra top ten è Pau, Paolo, ovvero pace". Unico neo: "Difficilmente è declinabile in croato". Inconvenienti del sincretismo moderno a disposizione delle nuove generazioni.
DI PAULA BAUDET VIVANCO











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