Il volto segnato da solchi profondi, gli occhi come fessure da cui qualcuno scruta lontano: Pietro Li Puma è figlio di Epifanio, mezzadro socialista ucciso nelle campagne delle Madonie nel 1948. Sotto il torrido sole dell'estate siciliana, le sue mani da minatore indicano le montagne, là dove i contadini e le loro donne, armate solo di spille da balia, combattevano contro agrari, forze dell'ordine, gabellotti e mafiosi, per difendere il diritto alla terra in una Sicilia ancora feudale. Pietro aveva solo 17 anni quando assistette all'omicidio, ma allora nessuno prestò attenzione alla voce di un ragazzo analfabeta, il cui padre era colpevole di essersi ribellato a un sistema di potere che si riteneva immutabile nel tempo.
Un caso archiviato senza colpevoli, così come gli omicidi dei 39 sindacalisti uccisi in Sicilia dal 1946 al 1948, un periodo di stragi mafiose dove, al dolore privato delle persone colpite dal lutto, corrispondeva l'indifferenza della società e delle istituzioni.
Come narra la scrittrice Giuliana Saladino: "La Sicilia intera, dal 1944 in poi, per lunghi anni è un'isola in rivolta e in armi. Si uccide e si viene uccisi, in conclusione tutti sconfitti". Recuperare la memoria di quei fatti, quasi del tutto rimossi dall'immaginario collettivo, è un atto di giustizia e la motivazione che mi ha spinto a lavorare a questo progetto. Le testimonianze che ho raccolto delineano i contorni di un aspro scontro sociale tra contadini, da un lato, mafiosi e latifondisti dall'altro. Una Sicilia diversa in cui persino Corleone, tristemente nota per aver dato i natali a illustri mafiosi, vanta un passato di resistenza. "Qui gli uomini d'onore hanno sempre ucciso vigliaccamente -ricorda un anziano contadino del paese-: tendevano agguati con più uomini, colpendo persone sole e inermi, come hanno fatto con Placido Rizzotto". Il sindacalista di Corleone, ucciso nel 1948, è una delle vittime più note di quegli anni. Ma il suo sangue non è l'unico a gridare.
Testo e foto: Melania Messina










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