Le interviste
Il tocco del maestro
Tdm n°030, dicembre 2011 / Felice Tagliaferri ha stupito Papi e premi Nobel con i suoi capolavori. Da apprezzare in punta di dita.

La timidezza scompare al secondo tocco, mentre la chiesa riecheggia ancora di Ave e Gloria. Felice mi accompagna la mano e mi domando se Dio -e il custode della Chiesa di san Domenico ad Ancona- ci perdoneranno. I tendini sul collo del piede, le unghie, l'incavo del ginocchio: "E lì, il menisco". Particolari che a occhio nudo nemmeno vedresti. Il Cristo scivola via al nostro passaggio: il torace, il cuscino inclinato, i capelli. Lo vedo, o meglio lo sento sotto le dita. "Questa è la mia denuncia", sussurra.

Di fronte a noi quattro quintali di marmo ricoperti da un velo. Di marmo anch'esso, ma liscio, trasparente, quasi immateriale. È una sua creatura, eppure Felice Tagliaferri, 42 anni, scultore di professione, non ha mai avuto il piacere di vederla. Cieco da quando ne aveva 14, ha scolpito il "Cristo ri-velato" a occhi chiusi, grazie al racconto di alcuni amici convinti come lui "che l'arte sia un patrimonio di tutti": "Ero a Napoli, nella cappella San Severo e volevo a vedere il Cristo velato di Sammartino, ho chiesto così di poterlo toccare ma non c'è stato verso: sono tornato a casa, a Bologna, e mi sono messo al lavoro". Un colpo alla volta e dopo due anni, il Cristo è nato.

Il risultato lo vedo, ma l'inizio non riesco proprio a immaginarlo.
Mi sono fatto descrivere l'opera, il sudario impercettibile, il corpo inerme. Mi sono procurato dei rilievi grafici per studiarne le linee e dopo aver realizzato un bozzetto di creta ho chiesto a un amico di stendersi sul blocco di marmo per consentirmi di ottenere un corpo dalle giuste proporzioni. Il resto è tutto lavoro di pazienza, con scalpello, flessibile e martello pneumatico.

Un po' pericoloso, forse.

È quello che mi hanno detto all'Accademia di Belle arti. Quando mi sono presentato per l'ammissione. Fosse stato per loro a quest'ora sarei ancora rinchiuso in un ufficio, a rispondere al telefono: "Pronto buongiorno, desidera?". Sarebbe stato un peccato. Sì, perché la cosa più brutta che possa capitare nella vita non è non vedere, ma morire senza aver conosciuto
i propri talenti. Lo ripeto spesso ai miei allievi quando li accolgo alla Chiesa dell'arte, la scuola di arti plastiche che ho fondato in una cappella in disuso di Sala Bolognese con il sostegno dell'associazione Lo spirito di Stella, che si occupa di sport senza barriere.

Chi ti ha aiutato a vedere i tuoi?
Il mio maestro, Nicola Zamboni. Avevo 25 anni quando lo incontrai nel suo studio: voleva capire il rapporto tra vista e scultura. Aveva coinvolto diverse persone, dopo tre incontri lui aveva trovato quello che stava cercando. E quando ci salutò, fui io a dirgli che per me era solo l'inizio. Mi aveva dato la libertà di dare forma alle mie immagini interiori e non potevo fermarmi. Cominciò il mio apprendistato, e la nostra amicizia.

Chiaro, ma le tue sculture sono tutt'altro che astratte: hai ritratto un Papa, Wojtyla, un premio Nobel, Dario Fo, donne e animali. Persino tua moglie e tuo figlio Alberto, di appena un mese.
Scolpisco il mondo che ho dentro -sorride-, e ti dimostro che il nostro punto di vista non è poi tanto distante. Se facessi un cavallo senza criniera o quasi irriconoscibile, penseresti "poverino, non lo vede". Invece l'arte diventa il nostro modo di comunicare. Sai come funziona bene in azienda?

In che senso?
Prendi un gruppetto di dirigenti, fai scrivere loro su un foglio: il nome, la persona che amano e quella che detestano di più tra i presenti. Mettili a coppie, al buio, e poi chiedi loro di fare un ritratto dell'altro, senza parlare, solo toccandosi. Scopriranno che hanno entrambi un naso, due occhi, una bocca e che il loro viso rivela delle emozioni
con la semplice contrazione di un muscolo.

Imbarazzante.
Sì, ma qualche barriera viene giù. L'ho sperimentato anche con i ragazzi sordociechi della Lega del Filo d'oro, con i bambini delle scuole e con gli anziani nei laboratori che faccio in giro per l'Italia, in compagnia di Tobia, il mio assistente (oltre che il suo labrador). La realtà è una e la scultura può raccontarla fin nei minimi dettagli: prova a sentire -e ritorna al Cristo, mentre il rosario continua.

Ruvidi i cordoli del cuscino, la tenaglia e i chiodi "di marmo" che al tatto sembrano arrugginiti. I pieni, i vuoti. Ogni oggetto ha una consistenza...
Il tatto è un senso sottovalutato. Per questo, l'anno prossimo, vorrei superare il tabù delle cose "intoccabili" come le onde del mare, le nuvole o le fiamme del fuoco. Opere ancora una volta rivolte a tutti, nessuno escluso.

Hai già fatto qualche prova?
Ho ritratto una geisha allo specchio perché mi affascinava l'idea di scolpire il riflesso, un'immagine pura, che difficilmente il non vedente può rappresentare nella sua fantasia. Nello specchio ho inciso il volto, con i pettinini l'acconciatura: della donna, in primo piano, tocchiamo solo la nuca.

Credo che non riuscirò a trattenermi la prossima volta che mi troverò in un museo.
Forse è così. Sai quante persone hanno toccato il Cristo? Cinquantamila in poco più di un anno. E spero che si siano resi conto che privare i ciechi di questa opportunità è sì, un peccato vero. L'ho suggerito anche al Santo Padre.


Testo: Elena Parasiliti
Foto: Silvia Morara 

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