Le interviste
Il testimone
Che Lorenzo fosse lì quella sera è stata una fortuna per questo Paese. Perché Genova non è finita.

Certe volte, dove vai a dormire una sera ti cambia la vita. 21 luglio 2001, Genova, sabato. Lorenzo è uno dei 93 che dormono dentro la scuola Diaz. Era arrivato quel giorno, da giornalista, anche se aveva dovuto chiedere le ferie a Il Resto del carlino, dove lavorava. Genova, che ospitava il G8, si era trasformata in un campo di battaglia. Il giorno prima in piazza Alimonda, era stato ucciso Carlo Giuliani, 23 anni. La mattina del sabato un corteo festoso di 200mila persone, donne uomini bambini, era stato caricato e disperso. In giornate così non si fa tanto caso a dove poi si dorme, un posto vale un altro, basta stendersi qualche ora.

Sabato sera l’orrore e lo spaesamento sembrano concedere una notte di tregua. Invece no, proprio la scuola dove si trova Lorenzo diventa la “macelleria messicana”: un centinaio di poliziotti entrano con violenza inaudita alla Diaz e fanno 63 feriti, alcuni molto gravi. E arrestano tutti. Tra loro Lorenzo, pestato a sangue come gli altri. Per ore l’unico nome che emerge è il suo.
Sono passati 10 anni. I processi sono arrivati al secondo grado di giudizio, adesso si aspetta la Cassazione. Molti reati sono caduti in prescrizione. Anche per questo 10 anni non sono giustizia, ma quei processi sono stati importanti. La verità storica ormai è chiara; di quella notte, della gestione colpevole e violenta, dell’assalto alla Diaz, si sa tutto. Non si può dire altrettanto della morte di Carlo Giuliani, per la quale non si è andati a processo.

Ma che Lorenzo fosse lì quella notte è stato per gli altri della Diaz, e per questo Paese, una fortuna. Gli dobbiamo molto, perché da allora non ha smesso, da uomo mite e buono, di seguire i processi, e a ogni udienza, a ogni colpo di scena, era lì a scriverne, con un distacco totale, ma con una precisione e una completezza che toglievano il terreno di coltura alle menzogne. Ne ha scritto, con Vittorio Agnoletto, anche nell’ultimo libro: “L’eclisse della democrazia” (Feltrinelli). Un rischio che ci riguarda ancora, perché Genova purtroppo non è finita: “Pur smascherati nei tribunali, dirigenti impegnati in ruoli delicatissimi restano intangibili: l’impressione è che tengano in scacco le istituzioni democratiche”. Nessuno dei 25 agenti e alti dirigenti della polizia di Stato condannati in appello è stato rimosso o sospeso. Anzi, tutti hanno avuto avanzamenti di carriera. A cominciare da Gianni De Gennaro, capo della polizia dal 2000 al 2007, condannato in appello a un anno e 4 mesi ma promosso e tuttora coordinatore dei servizi segreti.

Qual è la novità del libro?
Mettere insieme in sequenza tutti i fatti emersi dai processi, i tentativi di inquinare le prove, l’omertà dei corpi di polizia; e poi la spaccatura all’interno della procura di Genova. È una ricostruzione, una sintesi di quello che è avvenuto fino ad oggi, il tentativo di darne una spiegazione.

Dalla ricostruzione emerge che la verità è stata appesa a un filo. È così?
Sì, in un certo senso. La verità su Genova emerge grazie a un intreccio di circostanze e alla tenacia di alcuni magistrati, in particolare Enrico Zucca, e nonostante le prove false, le intimidazioni e un clima politico generale di isolamento.

Quali sono stati i tuoi sentimenti in questi anni?
Dentro l’ospedale, nelle prime ore la paura: non sai che cosa ti sta succedendo. Subito dopo è stata la volontà di trovare una spiegazione utile a tutti, senza contrapposizioni, con un approccio non violento. Poi, col passare degli anni, arriva il tempo del bilancio, e il bilancio è molto negativo.

Nonostante le 25 condanne nel processo della Diaz?
Sì, perché non c’è stata nessuna assunzione di responsabilità da parte dei singoli e della polizia di Stato. Tra i poliziotti chi ragiona con la propria testa sa benissimo che Genova è stata uno scempio. Ma i vertici sono così potenti che pare non debbano rispondere a nessuno. E quando ci sono state le condanne o le promozioni degli indagati anche i sindacati di polizia non hanno saputo dire nulla. È un trucco affidare alla magistratura tutto il giudizio: è vero oppure no che è successo tutto quello che è successo? Non c’è nessuna sentenza, neanche di assoluzione, che ti toglie le tue responsabilità. Devi riconoscere di aver fatto una cosa inaccettabile, e chiedere scusa.

Hai mai provato odio?
No. Onestamente mi sembrerebbe anche un po’ sprecato. Ho però una bassa considerazione sul piano morale di chi si è macchiato di questi fatti. Non ho pre-giudizi, ma post-giudizi sì.

Com’è cambiata la tua vita?
Essere capitato dentro la Diaz è stata una vicenda pesante: i processi, il doversi misurare con la polizia, in qualche modo il dover puntare il dito contro le persone. È logorante anche che le vicende processuali si protraggano così a lungo. Per me Genova ha significato comunque aprire una riflessione più ampia sulla questione dei diritti.

Per esempio?
L’impegno nella rete di giornalisti contro il razzismo. Ma l’ultimo ambito è l’animalismo. Sono vegetariano da anni, ma ora sono diventato vegano. C’è un legame tra Genova e questa scelta: si tratta di portare su un piano personale la consapevolezza che gli animali hanno diritti, come noi. Credo che i diritti umani abbiano così difficoltà ad affermarsi perché hanno una debolezza strutturale: si è persa di vista la loro dimensione universale. Dovremmo parlare di diritti del vivente. Non è un caso se Aldo Capitini, storico maestro della nonviolenza, fu il fondatore della Società vegetariana italiana.

TESTO: Miriam Giovanzana

Eventi
Rubriche