Le interviste
L'estro anarchico
Con profondità e leggerezza, sa portare in scena temi forti. Come la morte e l'eutanasia. L'intervista a Vittorio Franceschi.

Per strada passerebbe inosservato. Fuori dalla scena appare come un uomo con i capelli brizzolati, distinto, misurato. Dallo sguardo franco, la voce pacata, la stretta di mano forte. Eppure dietro un aspetto quasi anonimo, si nasconde l'estro di un grande autore ed attore teatrale, una personalità libera, dalla "filosofia anarchica" che non rinuncia nei suoi testi ad affrontare "i grandi temi di cui il teatro si è sempre occupato, dall'antica Grecia ad oggi". Ecco perché Vittorio Franceschi può permettersi di parlare di morte ed eutanasia e far ridere gli spettatori. Con leggerezza e profondità, come nel suo ultimo spettacolo, "A corpo morto".

Perché occuparsi della morte?
Non esiste solo l'evasione. Viviamo in un'epoca in cui non si parla mai dei veri bisogni dell'uomo: dei sentimenti, della vita, dell'amore. E così, la fine viene cancellata, ridotta a fiction, come se non esistesse.

E si vive nell'illusione che tutto sia eterno...
Al di là della religione cattolica che ci prospetta un'altra vita dopo, e chi ci crede ne è fermamente convinto, nel mondo laico la morte non è più considerata un fatto reale, con cui fare i conti.

Per questo non si è accontentato di portare in scena un unico racconto, ma ben cinque monologhi davanti ad altrettanti "corpi morti".
Sono esempi di un campionario infinito, di cui fa parte l'umanità intorno a noi. Ci ricordano che la vita (e la sua fine) hanno mille sfaccettature, spesso a cavallo tra commedia e tragedia. E non a caso abbiamo scelto di usare delle maschere, strumento antico ma fortemente simbolico.

Il risultato sono storie comuni, in cui diventa facile immedesimarsi.
Sì, c'è il ragazzo che si rivolge alla compagna vittima di un incidente in motorino, amata ma sempre nel silenzio. Una moglie che piange il marito, sarto, minato dalla malattia; un padre ricco e cinico di fronte al figlio suicida e una giovane donna al cospetto del cadavere della madre, assassinata da un marito violento.

E infine troviamo "l'assolo" di Zecca.
Un barbone che rende l'ultimo omaggio al compagno di strada, Barabba. Un uomo fuori dalle righe, non allineato con la società. Nell'immaginarlo, mi sono sentito libero. Ma in ognuno dei personaggi dello spettacolo c'è una parte di me.

Che cosa accomuna questi uomini e queste donne?
Abitano un "non-luogo", come potrebbe essere un obitorio o una stanza d'ospedale, e ognuno è chiamato a rielaborare il proprio lutto. Per farlo si rivolgono a un "corpo morto", un mucchio di stracci coperto da un telo nero, a cui confessano cose mai dette o ricordano i momenti trascorsi insieme, la vita.

Che relazione ha lei con la morte, soprattutto con i funerali?
Se c'è una cosa che detesto sono gli applausi. Non hanno senso, la morte è un'altra cosa.

Come tutti noi, anche lei vive un'assenza...
Sei anni fa è mancata mia moglie (Alessandra Galante Garrone, grande maestra della scena italiana, ndr). E alcune immagini che ripropongo sul palcoscenico sono arrivate pensando a lei, o andando al cimitero a farle visita. Come la battuta che prende di mira le fotografie sulle lapidi: sono io quello che portandole un fiore, cammino indifferente tra le immagini di decine e decine di facce dimenticate.

Ne "Il sorriso di Dafne" si è occupato anche di eutanasia.
Un argomento che riguarda tutti e che prima o poi dovremo affrontare, quello del fine vita. Me ne rendo conto, vedendo la partecipazione del pubblico. Ride e piange, allo stesso tempo.

La sua carriera è imponente. Eppure ha deciso di stare vicino alle nuove generazioni.
Accompagno i giovani nella "Scuola di teatro e nouveau cirque" di Bologna, dove insegno oltre che fare il condirettore. Lì raccolgo la loro disperazione, lo sconforto di muoversi in un mondo che non permette loro di vedere un futuro, né di realizzare i propri progetti. E provo a incoraggiarli.

In che modo?
Portandoli in scena con me. Come nell'"Apologo del fanciullo allegro", un testo in cui la giovinezza è vista con gli occhi disincantati della vecchiaia. E poi, li seguo su Facebook.

Che aria si respira, oggi, "sul palco"?
Il pubblico che incontro è attento. Ma il teatro italiano è perdente rispetto al cinema e alla televisione. Un segno dei tempi, certo, anche se credo che questa sia una caratteristica del nostro Paese. Basta varcare la frontiera per capire che in Francia e in Germania non è così, le platee sono piene. Tutte le sere.

 

Vittorio Franceschi
Bolognese, non svela la sua età ma ammette solo che è "molto vecchio". Certo è che, per raccontare la sua teatrografia, bisognerebbe ripercorrere mezzo secolo di prosa. Attore, autore e regista ha debuttato negli anni Sessanta con il teatro-cabaret, approdando a quello politico degli anni '70, con Dario Fo e Franca Rame. Da allora ha scritto, diretto e interpretato decine di spettacoli, premiato dalla critica e dal pubblico. é condirettore della Scuola di teatro "Alessandra Galante Garrone" di Bologna, dove insegna recitazione. Tra gli ultimi spettacoli segnaliamo "Il sorriso di Dafne" e "Finale di partita" (Premio Ubu 2010).

Testo di Rosy Battaglia

 

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