Le interviste
Dalla crisi al futuro
Sono i temi della lectio magistralis che il segretario della Cgil, Susanna Camusso, terrà domenica 27 marzo a Fa' la cosa giusta! Nel frattempo leggete l'intervista pubblicata su Terre di mezzo.


"
Dalla crisi al futuro" è il titolo della lectio magistralis che Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, terrà domenica 27 marzo a Fa' la cosa giusta!.
Appuntamento alle ore 11.30 presso l'auditorium Novamont.

In attesa dell'incontro, vi proponiamo l'intervista pubblicata sul numero di marzo di
Terre di mezzo - street magazine.


                                    ******                      ******                


Lady controvento

Il valore del lavoro, la passione per i diritti  eper la vela, la solitudine.
A tu per tu con il leaser della Cgil.

di Elena Parasiliti

In corso d'Italia 25 è la signora della mensa che per prima supera l'imbarazzo e strappa più di un sorriso al segretario della Cgil. Sono da poco passate le due, quando Susanna Camusso si mette in fila con il vassoio in mano. Chi passa le fa un cenno di incoraggiamento. Lei incassa e minimizza. Solo quando finalmente si siede, stretta tra i suoi collaboratori, lascia trapelare la stanchezza accumulata nella mattinata in cui ha sbattuto la porta di Palazzo Chigi.

Mezz'ora dopo nel suo studio, con le finestre che danno sul parco di Villa Borghese a Roma, usa una sola espressione: "Desolazione". Perché sul tavolo delle trattative apparecchiato da Gianni Letta e dal ministro Brunetta non c'era posto per i precari della pubblica amministrazione, "ma solo l'urgenza di salvare un Governo ormai alle code velenose della sua esistenza".

Per questo ha abbandonato la partita?
Sì, lo spettacolo era indecoroso. E non bisogna mai scordare che ogni scelta che compiamo ha delle conseguenze. Una lucidità che dobbiamo preservare, sempre.

Ha rotto con il Governo, ma in questo caso anche con Cisl e Uil. Non ha paura di essere sola?
Un sindacato diviso è più debole. Ma qualche volta occorre avere il coraggio di andarsene.

Lei ha fatto un gesto per alcuni versi "maschile". Alle donne più spesso si chiede pazienza. Quanto le è costato rinunciare al dialogo?
Parecchio. Per ragioni non genetiche, ma strutturali, noi donne abbiamo una particolare propensione alle relazioni: teniamo insieme i vari pezzi, li ricuciamo quando è necessario e non ci fermiamo al particolare, ma proviamo a vedere le questioni in una prospettiva più ampia. In questo caso però a pagare sarebbero stati in troppi.

Quando ha capito che il lavoro era un diritto?
L'ho imparato in famiglia. I miei genitori non erano operai: mio padre era direttore editoriale e mia madre collaborava con il mondo della pubblicità, ma entrambi avevano vissuto la guerra e come molti coetanei dopo la liberazione credevano che  il lavoro non solo fosse fondamento della nostra Costituzione, ma dell'esistenza di ognuno.

Costituzione, ma dell'esistenza di ognuno. In che modo?
È il luogo in cui ci si può esprimere. Ti permette  di autodeterminarti, di essere autonomo. Ha a che fare con l'identità e la realizzazione del sé.

Nella sua vita ci sono delle persone che hanno rappresentato questa possibilità?
Molte devo dire, a partire da mio padre -Prende un foglio, una matita, abbassa gli occhi e comincia a disegnare-. Figure straordinarie la cui esistenza parlava di rigore e irreprensibilità. Uomini e donne che hanno permesso la nascita del sindacato: operai professionali, ma anche sartine, come quelle che a fine Ottocento scioperavano per rivendicare il diritto alla retribuzione.

Come si fa a trasmetterlo ai giovani, "precari" per antonomasia?
Raccontando loro che non bisogna essere disposti a tutto e che non sono vittime, ma cittadini chiamati a rivestirsi dei propri diritti e a prendere in mano il proprio destino.

I più preoccupati, e sgomenti, sembrano però i genitori.
Invece li dovrebbero solo incoraggiare ad avere uno sguardo positivo nei confronti del futuro. Non tutto è dato, ogni generazione ha le sue fatiche e le sue conquiste.

Lo pensa anche quando guarda sua figlia Alice?
Sì, anche se spesso mi rimprovera perché le dico che rischia di essere una futura disoccupata. "Mamma, bisogna scommettere sul futuro" mi risponde.

Frequenta la Normale di Pisa: sarà anche lei un cervello in fuga?
Vorrei che potesse non esserlo e che scegliesse liberamente se fare o no delle esperienze all'estero. Ma in Italia c'è un forte squilibrio tra quello che il Paese investe sui ragazzi per la loro formazione e quanto poi permette loro di fare.

Quando ha iniziato il suo impegno in Cgil aveva vent'anni. Si sarebbe immaginata un giorno di arrivare al timone?
Assolutamente no, non era neppure tra i miei desideri, ma da allora ne son passati tanti di anni.
(La tensione si scioglie in una risata, ndr).

Che cosa ha conservato di quel tempo?
La passione per i diritti e la volontà di mettermi a disposizione degli altri in modo gratuito. Ho imparato allora a non tirarmi indietro e a risolvere i problemi, con la ferma convinzione di essere dalla parte giusta.

Anche davanti alle contestazioni?
Ne soffro, perché mi spiace quando l'altro non vuole ascoltare le tue ragioni. E allo stesso tempo sono serena: fischi e mormorii sono parte della vita pubblica. Fare il sindacalista è un'attività faticosa, con momenti di entusiasmo e periodi duri come questo. A volte, mi chiedo se ne valga la pena.

Una domanda lunga quanto un'intera esistenza. La sua è in un certo senso votata all'ascolto: nei direttivi, nelle assemblee, nelle piazze si fa carico e voce delle esigenze di molti.
Ma chi si prende cura di lei?

Nessuno -Risponde secca, ma subito il tono cambia-. Scherzo, mia figlia mi coccola molto. E poi siamo una grande organizzazione collettiva per cui ci sono reciproche attenzioni. Certo, si dà sempre per scontato che alle spalle di un uomo politico ci sia una moglie che vede e provvede. Nel mio caso non c'è una moglie e nemmeno un marito.

Il fare da sé per lei è inconcepibile.
È il grande inganno del liberismo e del berlusconismo che ti inducono a credere che se sei da solo, sei più furbo, sei più forte e puoi farcela. Un errore che ha portato alla precarietà e all'aumento delle disuguaglianze sociali.

C'è un antidoto?
Rimboccarsi le maniche e cominciare a riaffermare dei valori condivisi. L'Italia è un Paese che sa reagire.

E quando prevale lo scoramento?
Allora occorre ricordarsi che nulla è inevitabile e che possiamo cambiare il mondo.

In che modo?
Non rinunciando a indignarci, tenendo gli occhi aperti e coltivando la memoria.

Mi saluta con una stretta decisa, e prima che io esca, si scusa: "Mi spiace per come ho lasciato la stanza -dice mentre sistema il cappotto ancora sulla poltrona-. Ma è stata una giornataccia".

(Intervista tratta da Terre di mezzo - street magazine 022)

Eventi
Rubriche