Le interviste
Un romanziere in trincea
Figlio della Calabria che emigra, ha buona mira.E una passione per la periferia.

Del suo romanzo, "Tiratori scelti" (Fandango), si è parlato tanto, soprattutto per la cocaina che i protagonisti, ragazzi dell'hinterland milanese, sniffano spesso e volentieri. "Invece la droga è solo un mezzo", dice il 27enne Emmanuele Bianco, nato a Cinisello Balsamo da genitori calabresi, un diploma di perito elettrotecnico e poi questo romanzo a più voci ambientato tra casermoni, risse e appartamenti minuscoli di immigrati dal Sud. Perché questo libro violento, duro, anche imperfetto, in realtà è un atto d'amore per la periferia e i suoi palazzi immensi, la gente che va a lavorare all'alba e i ragazzi che si ritrovano alla "Trincea", un locale ribattezzato con un nome militare, metafora che ricorre più volte. Incontro Emmanuele in centro a Milano, appena tornato da Roma dove vive da qualche anno. Parla in modo diretto, per niente pacato, senza molti filtri. Guarda sempre negli occhi.

Come si diventa scrittore partendo da una birra alla Trincea?
Di giorno lavoravo nel magazzino di un supermercato e la sera studiavo come perito elettrotecnico. Ma mi sono reso conto di avere una paura fottuta dell'elettricità (ride), così dopo il diploma mi sono iscritto a Lettere moderne. Non avevo mai scritto granché, solo lunghe lettere alla mia fidanzata, ma avevo voglia di dare la mia versione delle cose. Poi ho scoperto la scuola Holden, che mi ha aperto un mondo: venivo dalla periferia, e studiavo con gente che magari aveva fatto un master in letteratura a New York. Lì ho conosciuto Mario Desiati di Fandango (è il direttore editoriale, ndr), che mi ha incoraggiato a sviluppare una bozza di romanzo.

Perché "Tiratori scelti"?
Tutto il libro è costruito su una metafora di guerra: tiratore scelto è il ragazzo di periferia, che deve essere preciso e concreto per salvarsi, e non sempre ce la fa. Non è un privilegiato che tira bombe dall'alto, è uno che sta in trincea. Il suo bersaglio sono la casa, il lavoro, i soldi, anche l'amore.

La dedica: "A mio padre, palle da cento carati". Che cosa ti ha insegnato?
Una cosa importante, che nella vita occorre saper dire no, perché dietro un no c'è anche l'essenza del sapersi sacrificare.

Che ruolo ha avuto la droga nella tua vita?
Quello che ha avuto per tanti: ci si droga da ricchi e poveri, per curiosità, per provare qualcosa di diverso, perché gli altri lo fanno. Insieme all'alcol, è la via di fuga più facile. Ma questa è la parte più banale del libro. In realtà, il mio è un atto d'amore verso la periferia, per rendere giustizia e dignità alla sua complessità, al suo essere contraddittoria. Come gli esseri umani.

I suoi difetti peggiori?
La mancanza di spazio vitale e l'impossibilità di vedere qualcosa di diverso dal centro commerciale che segna la fine del quartiere. In periferia manca la fiducia; servirebbero piccoli passi, ma costanti: oggi un campo di calcio, domani un cinema. Un obiettivo. Nelle periferie del Sud c'è una dimensione di paese, al Nord di quartiere. Ma l'estetica -catene d'oro, Nike, jeans strappati ad arte e sopracciglia sottili- è la stessa ovunque.

Scrivi "nessuno di noi è un ribelle incazzato che vuole sfogarsi contro la società e si droga perché nessuno lo capisce", ma che la violenza si genera da un conflitto tra antico e moderno.
Siamo il prodotto di quello che la società ci ha fatto desiderare negli ultimi vent'anni, invitandoci a renderci presentabili con una maglietta firmata. Ma siamo anche figli di genitori che hanno fatto sacrifici immensi e ci hanno insegnato una vita frugale. Ci danno i sogni ma non i mezzi per realizzarli, e questo genera frustrazione e violenza.

Ti senti più milanese o calabrese?
Un uomo del Sud, sicuramente. La Calabria è il posto da dove vengo, dove da piccolo passavo tre mesi d'estate: a Cinisello non ti facevano nemmeno giocare in cortile e lì costruivo case sugli alberi. Il Sud mi ha dato mia nonna, la completezza. Il Nord mi ha dato tutto quello che ho ora per affrontare la vita. A tratti sembra che provi nostalgia per la vita di paese. Eppure non l'hai mai fatta. Mi sento un paesano travestito da cittadino. Per me il paese rappresenta le origini, qualcosa che dobbiamo sempre ricordare, pur andando avanti.

Che differenza vedi tra l'immigrazione degli anni '50 e quella di adesso?
È cambiato il colore della pelle, ma non molto altro. Ora il tratto distintivo è la religione, soprattutto perché i primi immigrati meridionali erano gente cattolica e molto credente. Ma le frizioni vengono dal solito problema, tante persone ammucchiate nello stesso spazio e con poche risorse.

Vivi a Roma da anni: ti manca Milano?
Per Milano provo più curiosità che mancanza, perché in fondo non la conosco. Ma l'hinterland mi manca, come può mancare un luogo dell'infanzia che sembra sempre bello nel ricordo. A Roma mi arrangio a fare l'assistente alla regia e sto scrivendo un nuovo romanzo. Vivo in piazza Vittorio, è un bel quartiere in centro, ma il mio posto preferito è casa mia: lì scrivo, sto con la mia ragazza. Vado a letto presto.

Testo di Michela Gelati

 

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