Primo piano, di fronte a me due porte, identiche e prive di targhetta. Non fosse per l'adesivo "ore Sette" che avverte il postino della consegna del giornale e me della presenza di un possibile collega, credo non oserei suonare. Franco Bomprezzi apre e mi dà il benvenuto: "L'hai riconosciuta dal doppio spioncino?". Resto interdetta e abbasso lo sguardo: la prospettiva cambia se sei da sempre seduto su una sedia a rotelle. "La disabilità è un rally dell'intelligenza -dice ridendo-: devi agire sul cambio e tenere a posto le gomme per non sbandare". Franco Bomprezzi, il bambino dalle ossa di cristallo, è nato 58 anni fa con 20 fratture (osteogenesi imperfetta, recita il referto) e una profonda ironia che lo hanno accompagnato nelle redazioni de Il Mattino di Padova, Il Resto del carlino, nell'agenzia stampa Agr e oggi come freelance nel soggiorno della sua casa milanese.
Fermo mai?
Neppure da giovane. Alla scrivania mi muovevo meglio dei colleghi, così impacciati sulle loro sedie con le rotelle. E poi uscivo per seguire i fatti di cronaca, la politica, il sociale. Persino la nera.
In prima linea sul luogo del delitto?
Arrivavo anche lì. A terra magari c'era ancora il cadavere. Una volta, inavvertitamente, sono passato su una macchia di sangue e il maresciallo se n'è accorto. Non gli è servito controllare il numero di scarpe, per scoprire il colpevole.
Una vita normale la tua.
Senza sconti, perché nella disabilità devi sempre sorridere e dimostrare di essere di più. Spesso fai fatica a non lasciarti intrappolare da questo cliché. Pensa a David Anzalone: è un bravissimo attore, l'abbiamo visto in "Vieni via con me", accanto a Fazio e Saviano. Ma non riusciremmo a immaginarlo in uno sketch che non riguardi l'handicap. L'abbraccio dei due presentatori l'ha dimostrato. Aveva quel che di troppo...
Si chiama paternalismo?
(Sorride). Si avvicina. Dipende dalla poca dimestichezza che si ha con questo mondo. Mentre raccontava la storia di Mina e Piergiorgio Welby, Saviano era disinvolto: la malattia non esisteva, c'era solo una meravigliosa storia d'amore. Al contrario, quando parlava delle persone "diversamente abili", sembrava smarrito.
Esiste un luogo dove il "politically correct" non esiste e tu sei solo Franco?
Si chiama stadio di San Siro: nel parterre della tribuna arancio, posso permettermi di essere semplicemente un tifoso. Merito della mia Internazionale, che nel suo statuto e in campo dimostra di essere una squadra inclusiva, dove giocano i migliori, indipendentemente dalla nazionalità.
Non hai la sindrome da panchina?
L'invidia non scatta, è più forte la gioia di immedesimarsi in chi è più forte di te e fa cose che tu non potresti fare. Quando ero bambino non c'erano i videogame, ma le partite le immaginavo nella mia testa.
Un diritto "al tifo" che hai rivendicato alla vigilia della finale di Champions League il maggio scorso.
Lo stadio di Madrid era inaccessibile: l'ho denunciato sul blog e altri interisti (tra cui Beppe Severgnini, su corriere.it) si sono appassionati alla vicenda. Questa piccola battaglia ha abbattuto barriere architettoniche e mentali. Alla fine, il mio sogno si è avverato ed ero circondato da tanti altri tifosi in carrozzina. Vent'anni fa sarebbe stato impensabile. (Si ferma). L'Inter non era più arrivata a tanto.
E il prossimo sogno?
Siamo nel 2032: la mia carrozzina va a energia solare, sulla metro c'è una hostess solo per me e il sindaco è un cinese di terza generazione. Ma soprattutto abbiamo abbandonato il 5xMille a favore del 10xCento, con le donazioni scaricabili dalle tasse.
Una rivoluzione che ci attende tra vent'anni?
Servirebbe coltivare un pensiero globale, inclusivo, capace di progettare città in cui non c'è solo posto per tutti, ma dove ognuno può esserci a modo suo: anziani, donne, disabili. A volte basterebbe far dialogare i mondi e i bisogni.
Il contrario di quanto viviamo ora.
Il clima di insicurezza ha travolto anche chi ha un handicap. Quando incontri per strada una persona che gesticola e fatica a parlare, provi un immediato disagio.
Quale battaglia ci aspetta nel 2011?
In Italia ci sono 120mila persone non autosufficienti che potrebbero avere una vita indipendente. La legge che le tutela già c'è, mancano i finanziamenti. Eppure con 20mila euro l'anno si potrebbe garantire a ognuno un'assistente personale e un percorso individuale. A dispetto dei 500 euro al giorno che lo Stato spende per il loro ricovero in strutture.
Ancora una volta dobbiamo modificare il nostro sguardo.
L'ho imparato da mia madre: davanti a me ha sempre sorriso. Insieme abbiamo vinto il senso di colpa, quello che rischia di imprigionare chi ha un parente con problemi fisici o psichici. E in Italia sono 10 milioni le famiglie in queste condizioni.
Che ruolo ha la sofferenza in tutto questo?
Non è in te, ma è negli occhi di chi ti guarda. Quando mia moglie dopo 21 anni di matrimonio si è ammalata, non potevo sostenere il suo dolore. Ma ho anche capito che mi chiedeva con serenità di lasciarla andare.
Donne maestre di vita.
Forse sì, se penso anche a Rosanna Benzi che dentro un polmone di acciaio, da un ospedale di Genova, riusciva a coordinare una rivista e a diventare il centro del mondo. La ricordiamo ancora dopo vent'anni.
Sembra un miracolo. A proposito, tu sei mai stato a Lourdes?
Non ancora, ma una volta lo farò. Da giornalista. Credo però che il vero miracolo non sia camminare, ma star bene con se stessi ogni giorno. E poi adesso, pigro come sono, direi "no grazie". In fondo non è poi male la vita lenta. Non è forse di moda?
Testo di Elena Parasiliti










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