Scordatevi un pianoforte bianco in un salone con parquet, vetrate e una vista mozzafiato da cui trarre ispirazione. Lo studio di Enrico Sabena è angusto e senza luce. Eppure, tra monitor, mixer e tastiere, traspare il fascino di un lavoro fuori dal comune che gli consente di firmare colonne sonore per il colosso americano Warner, pur tenendo le radici ben piantate nella piccola Saluzzo, tra i campi di grano e i meleti del cuneese.
Come hai iniziato?
Studiando pianoforte al Conservatorio: Torino, Cuneo, Alessandria. All'ottavo anno (su dieci, ndr) sono scappato via e non mi sono più diplomato.
Perché?
Appena finito il liceo, proprio a Saluzzo ha aperto la Scuola di alto perfezionamento musicale, dove ho seguito il corso per fonico di musica classica. A soli vent'anni ero il responsabile dello studio di registrazione dell'istituto, dove sono passati anche Claudio Baglioni e Paolo Conte.
Mostri sacri a Saluzzo?
Sì, perché, nonostante la location decentrata, la scuola gestiva una struttura di grande prestigio, allora in grado di richiamare anche grandi nomi della musica classica, come il direttore d'orchestra romeno Sergiu Celibidache.
Avrai imparato tanto in quell'ambiente...
Mi sono fatto le ossa risolvendo i problemi dello studio, anche se non ho mai voluto occuparmi degli aspetti più tecnici: quando dovevo mixare, lavoravo da musicista.
In che senso?
Se conosci la musica e hai personalità, riesci a tirare fuori una sonorità che è solo tua e a dare un valore aggiunto. In quegli anni ho capito che avrei voluto comporre colonne sonore. E sono scappato di nuovo.
Dove sei andato?
In Toscana, dove ho lavorato per la Emi. Era il 1995: avevo il mio impianto in macchina e lo montavo nei vari studi. E proprio nella casa in cui mi ospitavano è capitato uno degli incontri che mi hanno cambiato la vita.
Racconta.
Abitavo con due gemelli, Julio e Dino Acconci. Nati a Hong Kong, erano arrivati a Firenze con la madre birmana, per riscoprire le origini del padre, mancato pochi anni prima. Suonavano la chitarra e la sera, quando tornavo, mi facevano ascoltare le loro canzoni. Dopo un mese avevamo 30 brani pronti, tutti belli. Nel 1996 abbiamo siglato un contratto con la Emi: erano nati i Soler.
Un vero talent scout.
Sapevo valutare se la stoffa c'era, e questi fratelli erano davvero bravi, tanto che nel giro di poco tempo siamo andati a suonare a Londra e Los Angeles.
Sembra la sceneggiatura di un film.
Io sono tornato in Italia per assistere mia mamma, allora malata, mentre loro due sono tornati a Hong Kong. Ma con i dischi che avevano in valigia si sono imposti sulla scena locale: pochi anni dopo erano sul palco del "Live earth" di Shangai e ancora oggi hanno un grande successo.
E tu sei rimasto a Saluzzo.
Da un lato per necessità, dall'altro perché le mie certezze erano qui. Ma il fatto di aver lavorato all'estero mi ha salvato dalla crisi: anche ai pubblicitari, le mie musiche piacevano perché sembravano composte da uno straniero. Così, quando cercano un elemento di "esotico", chiamano me.
Qualche marchio famoso per cui hai lavorato?
Ferrero, Vape, Swiffer. Ma anche il consorzio Parmigiano Reggiano: lo spot in onda a novembre sulle tivù nazionali è musicato da me.
Al cinema come sei arrivato?
Tre anni fa Davide Sordella, amico di vecchia data e regista "da battaglia" che girava il Sud del mondo con la telecamera a spalle, ha debuttato sul grande schermo e mi ha chiamato per le musiche di "Corazones de mujer". Un road movie a basso costo ambientato tra Torino e il Marocco (è stato selezionato al Festival di Berlino, ndr).
Un inizio col botto...
Sì, anche se il film era stato girato con una troupe ridotta all'osso e un semplice canovaccio, era la mia grande occasione: ho lavorato molto intensamente per ottenere una colonna sonora raffinata, in contrappunto a una sceneggiatura che non c'era. Per le parti degli archi ho voluto la violoncellista coreana Kyung-Mi Lee, la prediletta di Ennio Morricone.
Come componi?
Quando vedo per la prima volta il girato, già immagino come dovrà suonare la musica. Poi mi metto all'opera a qualsiasi ora, assecondando l'ispirazione, anche se negli ultimi anni mi sono dato una disciplina: si lavora di notte solo se necessario.
L'ultima fatica?
È un film di cui sono molto orgoglioso, in distribuzione a dicembre nelle sale del circuito Uci Cinemas. Si chiama "My Lai four" ed è tratto dall'omonimo libro del giornalista Seymour Hersh, premio Pulitzer nel 1970. Racconta il massacro compiuto nel villaggio vietnamita di My Lai da parte di una brigata di fanteria americana, che per rappresaglia contro i vietcong, uccise 347 civili inermi. Un'occasione che mi ha permesso di incontrare un'altra storia incredibile.
Quale?
Quella di Marja Sabadini, italo-vietnamita che ha vissuto la guerra sulla propria pelle. Ancora piccola, con i genitori fuggì dal Vietnam su un elicottero americano, ma durante la fuga la sorellina rimase bloccata sulla pista dell'aeroporto. Una tragedia che ha trascritto in un racconto premiato al concorso letterario "Lingua madre", dedicato alle opere di autrici straniere che vivono in Italia. Quando ha visto "My Lai four" è scoppiata in lacrime.
Le avrà ricordato la sua infanzia...
Si è riconosciuta nella sequenza in cui gli americani rinchiudono i vietnamiti nei recinti, mentre gli adulti insegnano ai bambini una filastrocca ripetitiva per farli entrare in trance e resistere meglio all'orrore. Dopo avermela fatta sentire, ho deciso di metterla nei titoli di testa, cantata da sua figlia.
"My Lai four" verrà distribuito anche negli Usa. È una bella soddisfazione.
Certo. Ma questo è un lavoro che ti gratifica di per sè.
Testo di Andrea Rottini










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