Le interviste
Incantesimo brasiliano
Due cuori a Bahia: la sfida di una coppia si trasforma in vacanza solidale.

Per convincere suo padre, imprenditore del Nord-Est, che non erano "pazzi", l'ha fatto travestire da Babbo Natale: casacca rossa, barba finta, cappello a punta. In spalla, l'immancabile sacco di regali. Solo i piedi erano nudi, ma non si poteva pretendere di più: a dicembre a Salvador de Bahia si superano i 40 gradi. "Circondato dai bambini che gli facevano festa, si è sciolto -ride Loris-: in tutti i sensi".

Benvenuti alla Casa encantada. Per me che intervisto Loris e Maria seduti su un divano in via Padova a Milano, ospite di una coppia di loro amici "encantadi", il Brasile ha il contorno dei loro volti belli e un poco segnati e un accento vicentino. Così devono apparire anche ai turisti che si presentano alla loro porta per una settimana di vacanza e impegno. "La prima reazione è di sorpresa -ammette Maria-: come, dicono, non sei abbronzata? Hai il mare a 300 metri! Ma so che la preoccupazione vera non è per la mia abbronzatura, ma per la loro".

Già, perché anche i turisti responsabili arrivano con una valigia di preconcetti.
Maria: Si immaginano un campo di lavoro, si ritrovano a fare una vacanza rilassante: immersi in un giardino tropicale di mille metri quadri, accanto a una città piena di musica e colori. E con una cultura davvero eclettica, merito degli influssi africani.

Non ci si spezza la schiena, insomma. Né si dorme in una favela.
Loris: Esatto, l'unico sforzo richiesto è di entrare in punta di piedi nei progetti sociali in cui li accompagniamo, come la Casa do sol che si occupa dei ragazzi delle periferie o negli accampamenti del movimento Sem Terra, dove i contadini lottano senza armi ma con il loro lavoro per una riforma agraria che elimini il latifondismo.

Quando sono entrata in casa mi ha colpito una frase scritta in rosso, sul muro. "Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere". Il vostro dov'è partito?
M: Nel 1995, durante il nostro primo viaggio-studio di interscambio culturale, sempre in Brasile. Ne sono seguiti altri e la rotta della nostra vita è cambiata: abbiamo lavorato come educatori, finché l'associazione Amal nel 2002 non ci ha chiesto di prenderci cura della Casa encantada. Il volontariato puro e l'amore per i viaggi si sono incontrati lì.
L: Abbiamo accettato per condividere con altri questa esperienza, con chi magari durante l'anno lavora in banca o in fabbrica.

E voi, che cosa ne avete in cambio?
M: In termini economici niente: per una settimana (7 notti e 4 uscite socioculturali) chiediamo 335 euro, soldi con cui manteniamo la struttura e la nostra famiglia e sosteniamo i progetti. Non riceviamo altri fondi: per arrivare a fine mese, come tutti, facciamo i conti. La vera ricchezza sono le relazioni che abbiamo intessuto in questi anni con i viaggiatori e i locali.

Un'eredità difficile da quantificare.
L: Senza la relazione non si fa nulla. Puoi avere una struttura grande, che accolga più dei nostri 15 ospiti, ma senza persone "compromesse", capaci di mettere a servizio la propria professionalità e le proprie passioni, serve a poco. Devi esserci con l'anima, questo ci hanno insegnato i brasiliani come Zinho, maestro di capoeira, o Nomio, educatore-percussionista, che trasformano le periferie con il loro ritmo.

Neanche a Salvador l'estate dura tutto l'anno. Che cosa fate quando la casa si svuota?
M: Seguiamo i progetti, l'adozione a distanza e il microcredito. Oltre a occuparci della formazione delle persone coinvolte nei servizi turistici. L'obiettivo è che il turismo si integri con il loro lavoro di sempre e lo valorizzi. Pensa a che cosa possa significare per una marisqueras, che passa una vita con braccia e gambe tra le mangrovie per portare a casa 8 reais (circa 3,50 euro) di pesce, incontrare avvocati e ragionieri stranieri interessati a quello che fa.

Con il rischio però che lei si senta un animale allo zoo, e che voi vendiate le vostre amicizie.
L: L'equilibrio è delicato: abbiamo il dovere di difendere le persone. Per questo valutiamo con attenzione chi portare e dove.
M: Dalla nostra, c'è sempre la libertà di dire al turista: "Non sei ancora pronto".

Altro che "chiedo, pago e pretendo".
L: È la sfida che abbiamo scelto: essere un ponte tra due mondi. Proviamo ad aiutarli entrambi: il Brasile, occupandoci delle fasce a rischio, e l'Italia, mandando a casa dopo le ferie un cittadino migliore.

Voi invece avete rivoluzionato la vostra vita, avete lasciato il lavoro e siete partiti. Sarete considerati degli eroi.
M: I bravi sono quelli che rimangono e riescono a trovare giorno per giorno le strategie per rendere il mondo più vivibile.
L: Sono altri a fare i salti mortali: chi deve pagare un mutuo o mantenere i figli. Non siamo eroi né martiri, il vero pericolo che corriamo è quello di sentirci un pozzo dei desideri in grado di esaudire tutte le richieste. Anche per questo chiediamo sempre piccoli finanziamenti per i progetti, 3mila euro al massimo: microgocce costanti (dice, cadenzando le parole con la mano).

E la loro destinazione?
L: La decidiamo con i locali. La cooperazione non è assistenzialismo, né sostituisce lo Stato. Il Brasile è un Paese ricco, noi aiutiamo le persone a costruire presidi positivi, dove trovino casa i diritti di ognuno.

Mai pensato di tornare in Italia?
M: Un'altra domanda, non c'è? Riprende fiato. Mi fa un po' paura, ma credo che potremmo tornare. Grazie alla Casa encantada sono cresciute anche le nostre relazioni qui -uno sguardo va ai padroni di casa-.
L: Altro che il mare e le palme, stare con chi ami è il paradiso.

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