Le interviste
Una vita di piatto
In vista del calcio d'inizio dei Mondiali sudafricani, pubblichiamo l'intervista a Rachid Arma, centravanti di belle speranze in forza al Torino. Che aspetta la chiamata dal ct Prandelli.

Lo chiamano Piattone. E detto così uno si immagina un ragazzo mingherlino e sbilenco, uno che cammina con i piedi a papera e manca occasioni a raffica, nel calcio come nella vita. Maglia 22 sulla schiena, Rachid Arma è invece un lungagnone di quasi due metri che insospettabilmente corrisponde all'identikit del centravanti di buone speranze. Uno che le occasioni non se le è lasciate sfuggire. Anzi. Rachid, 25 anni, è nato in Marocco e oggi gioca, poco, in serie B, nel Torino. 
Il nomignolo Piattone glielo hanno dato i tifosi della Spal per via di quell'abitudine strana di calciare di piatto invece che di collo. Tutto il resto è merito suo.

Gesti tecnici a parte, con il pallone ci sapevi fare fin da piccolo? 
Ero uno di quei bambini che tutti volevano in squadra perché vincevo le partite da solo. 

Una soddisfazione doppia per te, marocchino nato ad Agadir e trasferitosi in Italia a 8 anni.
Mio padre viveva qui già da sei anni, con mia madre e mia sorella abbiamo ottenuto il ricongiungimento familiare: era il 1993.

Forse la tua gioia più grande.
Come per tanti al mio Paese, l'Europa era il mio grande sogno. Sentivo i racconti di mio padre e pensavo che volevo venire a vivere qui. Mi sono ritrovato così a San Bonifacio, in provincia di Verona.

Elementari, medie e quella passione per il calcio che intanto cresceva.
Ma non sognavo di fare il calciatore, per questo non ho puntato tutto sul pallone: volevo studiare le lingue, andare al liceo

Invece? 
Mi sono iscritto a una scuola professionale. Sono il primo figlio maschio ed era mio compito iniziare a lavorare per aiutare la mia famiglia. Finita la scuola dell'obbligo andai a lavorare in fabbrica: reparto montaggio di un'azienda che produce carrelli elevatori.

E il pallone?
Dalle otto e alle sei lavoravo, poi andavo ad allenarmi quattro volte a settimana: una faticaccia. 

Che tu fossi un buon giocatore alla Sanbonifacese se ne erano già accorti. 
Dopo le trafile nelle giovanili, a 17 anni ho esordito in prima squadra, in serie D. Ricordo ancora, eravamo in trasferta, a Rovigo: entrai e segnai, bella soddisfazione. 

Facevi gol a raffica, ma quanto ti pagavano?
Non prendevo uno stipendio vero e proprio, solo un rimborso spese. 

Durante il campionato di serie D hai subito anche qualche episodio di razzismo. Tu, centravanti marocchino in terra leghista. 
Episodi di razzismo sui campi di calcio ce ne sono ovunque: hai sempre il pubblico contro e c'è chi ti insulta per via di quello che sei. Ma ho imparato a non curarmene

Di gol in gol, alla fine, hai deciso di provarci sul serio, con il calcio?
L'anno successivo chiesi il part-time per dedicarmi con più forza agli allenamenti. Sentivo che se avessi potuto allenarmi meglio, senza arrivare già stanco al campo, avrei reso di più. 

Detto fatto: 43 gol in quattro stagioni ed eri pronto per il salto tra i professionisti. 
Mi comprò la Spal e approdai in C1 (addio stipendio da fabbrica: primo contratto serio, 2.500 euro al mese, ndr). Tredici gol in una stagione e poi è arrivato il Torino, in serie B.

Con calma e gentilezza in due anni hai realizzato il sogno di frotte ragazzini: da calciatore operaio a professionista. 
Non vedevo l'ora di dimostrare che potevo dire la mia anche tra i professionisti e ce l'ho fatta: una soddisfazione per me, ma soprattutto per la mia famiglia

Ad Agadir che cosa dicono?
I miei parenti fanno il tifo, con il calendario del campionato appeso in camera e sperano che un giorno decida di indossare la casacca rossa della nazionale magrebina.

E tu?
Il Marocco è nel mio cuore, appena posso torno, però se mi chiedessero di giocare nella nazionale non so cosa farei. Dovrei pensarci.

Un bel dubbio. Ai fini del campionato la Federcalcio italiana non ti considera un extracomunitario. Potresti far parte anche della nostra nazionale.
Ho fatto tutte le giovanili qui in Italia, per cui sono equiparato a un calciatore italiano a tutti gli effetti. 

Ma per lo Stato non è così.
Ho fatto domanda per la cittadinanza, ma sto ancora aspettando. Così per ora mi trovo nella curiosa situazione di essere un calciatore comunitario con passaporto marocchino

Non ti rimane che aspettare, sognare la chiamata negli Azzurri e continuare a dare il buon esempio. 
In Italia quando si parla di stranieri immigrati si parla di tutt'altro che di cose belle. Io cerco di fare il mio e di dare un esempio positivo, facendo in modo che si parli delle cose belle e buone che facciamo noi immigrati e non delle cose negative. 

Un giorno l'Italia diventerà come la Francia?
Siamo ancora un po' indietro: la fase delle squadre miste dove giocano tanti immigrati con la cittadinanza non è ancora arrivata. Per ora ci sono ancora conflitti, ma è normale. A suo tempo anche in Francia ci sono stati. 

Certo, poi è arrivato l'algerino Zidane e il Mondiale vinto da una squadra multietnca. In Italia, aspettiamo che la generazione Balotelli dia i suoi frutti. 

TESTO DI OSVALDO SPADARO

 

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