Le interviste
In equilibrio sopra la follia
Regista borderline, gira film con il telefonino e recita a teatro con homeless, schizzofrenici e disabili. A tu per tu con Pippo Delbono.

Non è politically correct, né tanto meno ama il teatro "impostato", con la T maiuscola ("Che palle", sbuffa). Eppure anche la regina d'Olanda stravede per lui. 

Pippo Delbono, a Prato per presentare il film "La paura", su "questa Italia che tratta gli immigrati come animali", mi promette una lunga intervista. A un patto: mentre parliamo deve mangiare. Detto fatto, ci sediamo nella saletta per gli aperitivi del piccolo teatro Magnolfi. Pippo pesca e ripesca dal buffet: "Stasera sono invitato...". Tra una tartina e più fette di salame si abbandona a confidenze. Ha l'aria un po' arruffata di chi odia i formalismi. A volte, si acciglia. Ma sotto quella scorza ligure, traspare la sua umanità e durante la nostra conversazione capisco che al "coreografo dell'anima", così lo chiamano i critici, piace soprattutto una parola: profondità. 

"L'Italia è un Paese razzista e fascista, un Paese di merda". Nel film non usi mezzi termini. Ma non era il Belpaese?
Esistono paure irrazionali e soggettive: quella del buio, del bosco... E ce n'è una oggettiva, la protagonista del mio film. L'Italia sta attraversando un momento di grande chiusura verso l'altro. È un dato di fatto: il rom ti chiede l'elemosina e tu, ti giri dall'altra parte. Perché così fan tutti.

Da autore teatrale a regista di strada. Perché hai deciso di girare il film con un telefonino?
Me ne hanno offerto uno. Potevo chiamare dalla Francia gratis e ho accettato. Poi mi sono accorto che il mezzo era interessante. Così ci ho preso gusto. Non programmo mai, mi lascio trasportare dalle emozioni. Sono uno che capisce solo alla fine. L'arte è questo, no? L'opera si fa sempre più grande e tu sempre più piccolo. Adesso "La paura" è uscito anche su pellicola. Un cinema di pittura: bello, impressionista.

In una scena, mentre riprendi il funerale di Abba (il giovane ucciso a Milano nel 2008, ndr), i presenti ti chiedono: "Sei il Grande fratello?". Verità o licenza poetica?
Tutto vero, altro che reality-show. È la dittatura berlusconiana della tivù, dove il trash, la spazzatura, dilaga.

Poi un carabiniere si avvicina: "Non c'è bisogno di polemiche". E tu, serio: "Invece voglio farne tante. Questa piazza dovrebbe essere piena ed è vuota".
Uccidono un ragazzo di colore a sprangate per aver rubato un pacco di biscotti al bar e nessuno s'indigna. Viviamo in un mondo disumanizzato. Ma sono un ottimista: l'umanità rinascerà, a fine secolo. Il percorso dell'uomo è progressivo, anche se si possono verificare pesanti ricadute. Come adesso.

All'appello mancava anche la sinistra.
Destra e sinistra non esistono più. L'Italia è culturalmente morta, un Paese di vecchi inamovibili dove si confonde la cultura con l'esperienza. Ma fare cultura significa rivoluzionare, non conservare. Per questo la mia compagnia teatrale si esibisce nelle zone di guerra: Bosnia, Iraq, Palestina. Là, dove scorre la vita.

 

Ti definisci un "comunista anarchico". Credi nelle ideologie?
No, sono come Pasolini: sto con i poliziotti, tra la gente. Le ideologie uccidono i cambiamenti, perché si finisce per sottomettere tutto ciò che accade a un unico pensiero. Io preferisco deragliare. Per questo considero la  follia una potenzialità e rifuggo la mania psicanalitica di catalogare. Non mi convince.

Barboni, schizofrenici, disabili... La tua compagnia è davvero borderline.
Ho avuto la fortuna di incontrare grandi artisti emarginati. Sono di una bellezza pura, difficile da vedere, ma preziosa. Sono stanco di stereotipi e fighetti di plastica.

Bobò, il tuo attore sordomuto, ora è una star.
L'ho rapito ("letteralmente", sorride) ad Aversa, dopo 45 anni di manicomio. Da lì in poi è stato lui a salvarmi in situazioni difficili. Quando ha incontrato Arafat, ha discusso persino di geopolitica. Io non avrei saputo che dire.

Allora sono i "normali" stupidi e cattivi?
Lottiamo tutti con i nostri demoni. Il guaio dell'uomo però è il potere. Se te ne innamori, ti divora. Pensate a Macbeth. Ogni politico è un potenziale dittatore. Dobbiamo scendere nel profondo dei nostri lati bui, con sincerità. Altrimenti è inutile, possiamo  raccontarci balle tutta la vita.

Sei un po' narciso?
Sono un narciso buono. L'amore per se stessi è un pregio: occorre trasmettere il proprio valore.

Sei stato allievo di una grande coreografa, Pina Bausch. Che cosa hai imparato da lei?
Lo sguardo aperto sul mondo e l'umiltà. Si rimetteva continuamente in discussione, eppure era la più grande. Oggi i maestri sono scomparsi, sono rimasti i professori, con le loro verità. Mancano persone capaci di "darti il la" e di lasciarti andare per la tua strada.

A teatro parli di te: un lungo amore, la droga, l'Hiv e la paura della morte... Una catarsi?
Per anni sono stato molto ferito. Ma il dolore è un'opportunità. Ciò che la vita ti prende poi ti ridà, siamo immersi in un'armonia. L'ho imparato dal buddismo: possiamo cambiare il nostro destino. Un messaggio più rivoluzionario del comunismo.

Pippo da grande voleva fare...
L'attore. A quattro anni già recitavo all'oratorio. Era quella la mia strada: ho inseguito un percorso di libertà. Da bambino ero una femminella sensibile, e in paese mi prendevano in giro. Ma non sono diventato un buonista. Chi mi conosce lo sa -giura, inforcando l'ultimo crostino-:  ho il guerrigliero dentro, io. 

TESTO DI BARBARA CIOLLI

 

 

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