Arriva a piedi. Abiti casual, sonno arretrato, cammina incollato al telefonino per via Buonarroti, commentando il suo editoriale sulla nuova Tangentopoli. Giusto un anno fa, a 39 anni, Mario Calabresi è stato nominato direttore de La Stampa, il più giovane nella storia del quotidiano torinese. Ogni tanto, nel fine settimana, torna a Milano a trovare sua madre ed è qui che lo incontriamo, un sabato mattina, a colazione.
Come stai?
Bene, mi sono appena risvegliato.
Ma come? Sono le 10 passate!
Sì, ma alle sei e venti ero già in piedi.
Perché?
A quell'ora si svegliano le mie bambine, così le faccio giocare prima di andare al lavoro.
E poi? Raccontaci come inizia la tua giornata.
Faccio colazione e, ancora a casa, dedico un'ora al primo giro di lettura dei giornali italiani, in media una decina. Poi accompagno le bimbe all'asilo e, una volta in redazione, leggo anche i giornali stranieri.
A che ora arrivi a La Stampa?
Alle 9 e mezza e, se non ho altri impegni, rimango fino alla chiusura, alle 11 e mezza di sera. È un'abitudine che ho mantenuto da quando facevo il caporedattore centrale a la Repubblica.
Che cosa dicono le tue bambine che il loro papà fa il giornalista, che arriva alla sera tardi, che ogni tanto sta fuori...
Sai, hanno solo tre anni (sono gemelle, ndr) e sono troppo piccole per capire il mio mestiere: la mattina però mi vedono leggere molti giornali e allora ne prendono uno anche loro, lo sfogliano e fanno finta di leggerlo. Poi cerco di ritagliarmi degli spazi anche durante la giornata per tornare a casa magari solo un'ora.
Com'è stato il tuo primo anno da direttore?
Molto duro, con una crisi profondissima della pubblicità e quindi dei conti: tenere in piedi tutto è stata una fatica terribile.
Una crisi che è partita due anni fa, quando eri ancora corrispondente per la Repubblica dagli Stati Uniti. Che idea te ne sei fatto?
Dal punto di vista giornalistico la crisi è stata molto interessante perché ha rimesso in discussione molti dei modi di pensare, di vivere, di consumare degli americani. Soprattutto l'idea che si potesse passare una vita costruendo tutto sul debito. Molte abitudini torneranno quelle di prima, ma ci saranno anche dei cambiamenti radicali.
Per esempio?
La gente sta già riscoprendo la propensione al risparmio e alla frugalità, intesa come la capacità di fare cose normali e non sempre sopra le righe. Molte persone, anche benestanti, hanno già cambiato il loro modo di consumare, facendo i conti con uno stile di vita più sostenibile. Qualcuno ha persino cambiato la scuola ai propri figli.
Una delle principali vittime della crisi è stata proprio la carta stampata. A che punto siamo?
I giornali sono in crisi di lettori e di investitori, non solo negli Usa, ma quasi ovunque in Occidente. Così come sono, credo che siano davvero una specie in via d'estinzione.
Vanno reinventati, quindi... Ma in che modo?
Non devono inseguire né lo spezzettamento e la pretesa di velocità del web, né l'idea di intrattenimento della tivù. Se però riescono a fornire approfondimento e contesto, c'è ancora un'area di persone che sente il bisogno di avere chiavi di lettura per interpretare la realtà.
E poi?
Bisogna fare informazione di qualità e diffonderla su mezzi diversi. Il quotidiano inglese Guardian, per esempio, sta sperimentando bene in questa direzione (il sito del Guardian, che sfrutta al meglio tutte le tecnologie informatiche, è stato premiato dalla stampa inglese come il migliore del 2009, ndr).
Ma anche a La Stampa non siete rimasti a guardare...
Sì, siamo stati i primi a sviluppare un'applicazione per l'iPhone e per il lettore portatile Kindle, che stanno avendo un buon successo. Al momento non è chiaro quale sarà la strada: è un po' come quando, nei primi anni Ottanta, le aziende aspettavano il responso del mercato per decidere il sistema delle videocassette: vale la pena provare a stare su tutte le piattaforme.
E per i conti, come la mettiamo?
La sfida è far pagare qualche cosa ma, tranne poche eccezioni, come per la stampa economica, non credo che si possano chiedere soldi per l'informazione via web. Se invece si offre un prodotto innovativo sui telefonini, qualche pagamento lo si può ottenere. È la scommessa che stiamo facendo.
Dopo l'esperienza americana, che Italia hai trovato?
C'è stato un ritorno degli scandali legati a corruzione, tangenti, favori di imprenditori a politici. Ho avuto la sensazione che, a distanza di una generazione, quell'arroganza e quel senso d'impunità che avevo conosciuto nella Milano della fine dell'era craxiana si siano ripresentati quasi uguali a prima. La diffusione del fenomeno dà l'impressione che sia una pratica sistematica e non questione di singoli casi.
Che cosa ti manca degli States?
La libertà di movimento che avevo e quel gusto che si prova quando si possono incontrare persone, raccontare storie ed essere tutti i giorni in un luogo diverso. Non nascondo che questo mi manca molto.
Che cosa ti auguri per il tuo secondo anno da direttore?
Che ci sia un po' di ripresa economica e che si inizi a capire quale sarà lo scenario futuro per l'informazione: anche in questo lavoro non bisogna vivere giorno per giorno, ma fare programmi di almeno uno o due anni.
Va bene i progetti a lungo termine, ma cosa c'è nella tua agenda per oggi?
Portare le bambine alle giostre.
Mario Calabresi. Classe 1970, dopo la laurea in Storia e la scula di giornalismo, nel 1998 inizia la gavetta all'Ansa come cronista parlamentare. Nel 2000 si affaccia per la prima volta a "La Stampa" per la quale racconta, come inviato, gli attentati dell'11 settembre e nel 2009 ne diventa direttore, dopo l'esperienza a "la Repubblica". Autore di libri di successo, ha vinto diversi premi giornalistici.
TESTO DI: ANDREA ROTTINI











OKNOtizie
Segnalo
Diggita
Delicious
Facebook
