Le interviste
Il contadino del legno
Produrre bancali puliti, in tutti i sensi. La scommessa vincente di Primo Barzoni.

Un capannone industriale a Buzzoletto di Viadana, nel Basso mantovano. Primo Barzoni mi aspetta sugli spalti dell'aula conferenze della cooperativa Palm W&P (work&project), costruita tutta con bancali di legno. In termine tecnico si chiamano pallet: ci viaggiano sopra le merci, dall'industria al supermercato. Solo legno: difficile vederci qualcosa di inquinato. Ma Primo è pronto a raccontarci il contrario. E a spiegare perché, un giorno, ha deciso di creare un pallet ecosostenibile.

Palm, intanto, che cosa significa?
Sono iniziali: Primo, Antonio, Lorenzo e Maurizio. Quattro fratelli maschi di nove figli. Papà Guido, falegname, muore alla fine del 1979. Restiamo noi, una segheria che produce cassette per i meloni e la nostra voglia di riscatto dalla povertà: così nasce Palm. Ci siamo inventati imprenditori. A Maurizio, che allora era di leva, abbiamo comunicato: tu farai il vicepresidente. E lui: "Ah. Ma che vuol dire?".

Iniziate a produrre pallet, cioè bancali.
Quando partiamo noi, 30 anni fa, l'industria è già evoluta. Ricordo il cruccio: come faremo, se ci sono già tanti altri? Ma ce l'abbiamo fatta. Siamo i più grandi del distretto: 2,5 milioni di bancali l'anno. Ma il mondo dei pallet è anche pieno di sfruttamento e illegalità. Così abbiamo deciso di essere diversi.

Che tipo di illegalità intendi?

Il legno è quello che si definisce commodity, una materia prima senza valore. Lo compri dove costa meno, anche incentivando il disboscamento illegale, o importandolo dall'Ucraina, impregnato delle radiazioni di Chernobyl.

Risparmiare a ogni costo.
Era quello che facevo anch'io. Poi, nel 1996, vado in vacanza sull'altopiano del Renon, in Alto Adige. Conosco una cooperativa di forestali e resto incantato per il modo in cui curano i boschi. "Eppure per noi non c'è futuro -mi dicono-, il sistema non riconosce la nostra qualità". Mai avrei pensato di contribuire a una simile perdita di ricchezza. E non è solo questo. Sei pallet su dieci non vengono recuperati: vanno persi o rubati. Le industrie così, per risparmiare, li ricomprano in nero alle rotonde delle strade. Niente tasse, solo sfruttamento della manodopera straniera che viene pagata tre euro l'ora.

Assurdo.
Già, anche perché quello che non si sa è che il costo dei bancali viene comunque scaricato sui consumatori. La logistica infatti incide sul prezzo del prodotto per il 16 per cento.

In che modo hai scelto di essere diverso?
Mi spiegarono che in val di Fiemme era nato il primo bosco certificato Fsc (Forest stewardship council, ndr). Un carta d'identità per l'albero che arriva da una foresta dove vengono seguiti dieci principi di buona gestione: il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle comunità locali, la conservazione della biodiversità e interventi di abbattimento graduali.

Il vostro legno da dove arriva?
In parte da pioppeti locali del Mantovano, il resto da boschi austriaci e della Repubblica Ceca certificati Fsc o Pefc (Programma per il riconoscimento di schemi nazionali di certificazione forestale). Poi fabbrichiamo green pallet, riutilizzando bancali usati e a Castelnuovo Bormida, in provincia di Alessandra, nei prossimi dieci anni pianteremo 1.200 pioppi. Legno a filiera corta, senza sfruttare chi lo produce.

E il resto della produzione? Come si fa un pallet verde?

Seguendo le linee guida dell'ex-ministro dell'Ambiente, Edo Ronchi. Eco-progettazione, cioè ridurre il costo ambientale nel ciclo di vita del prodotto, ed eco-design: dimmi che cosa ci metti e dove lo trasporti, e disegno il pallet che fa per te.

Come combatte l'illegalità l'eco-pallet?
Se è progettato ad hoc, oltre a ridurre il costo ambientale, fa risparmiare anche l'impresa. Un bancale recuperato al termine del viaggio, e sanificato, costa il 10 per cento in meno. Il mercato nero diventa così poco conveniente. Ma è la scelta di fare impresa sostenibile che contagia: ti porta alleati nel mondo economico che diventano committenti.

Accanto alla Palm, hai fondato una cooperativa sociale: "Palm W&P". Perché?
Ci lavorano cinque ragazzi diversamente abili, tra cui mia figlia Katiuscia, oltre ai volontari. Fanno mille cose. Vedi questi punti colorati (mostra un organigramma aziendale)? Sono i loro ruoli nell'impresa. Fanno parte dell'area ricerca e sviluppo, raccontano all'esterno la realtà di Palm. Poi in questo capannone, la prima sede dell'azienda, gestiscono l'ecostore "La foresta incantata" e organizzano incontri con le scuole.

Senti anche tu la crisi?
Come tutti. Da 20 milioni siamo passati a un fatturato di 16. Ma non abbiamo chiesto un giorno di cassa integrazione, perché siamo riusciti a guadagnare con l'Eco-design. I pallet usati possono essere anche trasformati in mobili: cassapanche, sedie, tavoli. Oppure negli orto-pallet, cassettine per chi vuol coltivare anche a casa. Quando si dice che la green economy funziona...

Come ti definiresti?
Non un pallettaro, ma nemmeno un operatore sociale. Un imprenditore, punto. Anche se la prima volta che ho partecipato al Sana, il salone internazionale del naturale di Bologna, barattando mele e fagioli per i miei orto-pallet, un agricoltore mi ha detto. "Dai, che anche tu sei un contadino". E io: ma no. "Sì, sei un contadino del legno".   

TESTO DI FRANCESCO MAZZAFAME

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