Stazione di Roma Termini, ore 9.40. Il treno proveniente da Paliano arriva a destinazione, portando con sé l’ultimo turno di pendolari. Tra questi, Livio Beshir, padre egiziano e madre italiana, giovane icona della televisione, da qualche mese passato alle cronache come il primo “Signorino Buonasera” della storia nazionale. Occhiali da sole e giacca di pelle, maglioncino e foulard al collo, impossibile non notare una grande attenzione al dettaglio e all’eleganza. “Sono un esteta” spiega, con quel sorriso che non si stancherà di mostrare.
Quando nasce la tua passione per il mondo dello spettacolo?
Posso dire da sempre. Soprattutto grazie a personaggi come Paolo Panelli, Bice Valori, Walter Chiari: ricordo che restavo ore a guardarli.
Che cosa ti affascinava?
Sono stati i pionieri. Hanno inventato dal nulla un mestiere tanto complesso e, in qualche modo, questo mi parlava della mia storia.
Davvero?
Sentivo quella specie di nostalgia che si prova, per esempio, quando guardi le foto dei tuoi genitori da giovani... Tu non c’eri, neanche esistevi, eppure quelle immagini in qualche modo ti appartengono e parlano di te.
E così ti sei innamorato di quel mondo.
Sì, ma ho preferito diversificare un po’ la mia formazione, laureandomi in Scienze della comunicazione. Occuparmi di scrittura televisiva mi permette di unire la passione per l’arte e quella per la tivù.
E il teatro? Ho letto di un tuo grande amore...
Che non ho mai abbandonato, anche se a livello professionale so di non poterci puntare in maniera esclusiva.
Perché?
Le uniche proposte serie che mi hanno fatto erano per ruoli “marginali”: il clandestino, il fratello della prostituta, lo spacciatore. Purtroppo, viviamo ancora un forte ritardo culturale, tutto italiano.
Con l’Accademia degli artefatti (una compagnia romana che promuove la cultura teatrale), sei però in tournée con uno spettacolo.
Si chiama “Spara, trova il tesoro, ripeti”, uno sguardo tutto occidentale sul conflitto mediorientale. Un lavoro molto interessante con cui a febbraio torneremo a Roma.
Lvio, come sei diventato il primo “Signorino Buonasera”?
Avevo partecipato a “Nuovi talenti Rai”, e dopo qualche mese sono stato richiamato per partecipare a delle selezioni, ma non sapevo neanche di che cosa si trattasse.
Qualcuno ha detto che “cercavano un volto esotico”.
Non credo mi abbiano scelto per il colore della mia pelle. Penso piuttosto che davanti a uno schermo risaltino la telegenia, la dizione e la preparazione.
Negli ultimi mesi il tema dell’immigrazione è stato oggetto delle proposte di legge e delle riflessioni più disparate. Ma in Italia c’è buon livello di integrazione?
No, purtroppo si parla di immigrazione solo come problema. Anche in questo senso, c’è ancora molto lavoro da fare per colmare il ritardo culturale.
Parliamo di cittadinanza (Livio l’ha ottenuta grazie alla mamma). Il Governo sembra indeciso: meglio lo ius soli o la tessera a punti?
Per costruire un percorso di vera integrazione occorre permettere a chi nasce in Italia di essere cittadino italiano, a prescindere dall’origine dei genitori.
E tu che rapporto hai con le tue origini?
Lo confesso (ride): non sono mai stato in Egitto. Mio padre vive negli Stati Uniti, così le vacanze le ho spesso passate lì. Ma prometto che quest’anno ci vado...
Altra questione: il rapporto tra generi. In fondo tu, in televisione, hai conquistato l’ultimo “baluardo” femminile.
Il giorno in cui ci saranno più donne nei posti dirigenziali, allora si colmerà anche il gap culturale che ancora viviamo: la suddivisione netta tra ruoli, maschili e femminili.
Nel 2008, il tuo collega Max Cordeddu ha portato avanti una battaglia presso il ministero delle Pari opportunità contro le discriminazioni sessiste in Rai e Mediaset, sdoganando così la presenza maschile tra gli annunciatori Rai. Gli devi qualcosa?
Rispetto molto Max e la sua tenacia, ma credo che la Rai sarebbe arrivata comunque a una scelta del genere: il mondo cambia.
Comunque, sei un precursore.
L’emozione più forte l’ho provata uno dei primi giorni, quando un macchinista mi ha detto: “Ehi, ma ti rendi conto che passerai alla storia, sei il primo!”. Non che mi senta Garibaldi, ma in effetti è così, sono stato il primo.
Rispetto alle Signorine Buonasera degli anni ’50, che cosa è cambiato?
Quel che ha fatto grandi le annunciatrici era la diretta, la possibilità di sbagliare. Lì capivi che la persona al di là dello schermo era proprio davanti a te. Adesso l’approccio è mediato, anche se meno formale, più giovane, e presto Rai Due cambierà nuovamente il format per renderlo più dinamico e immediato.
Hai il telecomando in mano, che cosa scegli?
Mi piace tutto quel che si dice infotainment, informazione e intrattenimento, come il “Chiambretti Night”, anche se il mio programma preferito è “Supervarietà”, un archivio della nostra storia.
Il tuo sogno?
Realizzare un programma come autore e conduttore. Magari proprio sulla televisione italiana: ormai, è una di famiglia.
TESTO DI LUCIA ALESSI























