Le interviste
Con l'anima al timone
Simone Perotti, manager e scrittore, ci ha pensato dodici anni, poi una sera del 2007 ha salutato i colleghi e i suoi seimila euro al mese. E ha cambiato vita. "Non sopportavo più la ripetitività della mia via, e i vestiti: avevo 24 completi e 106 cravatte".

 

Della sua vita da manager, Simone Perotti conserva la parlantina sciolta e il senso degli affari. Ma tutto in lui fa trasparire la sua seconda vita: la serenità dello sguardo, il maglione di lana grossa, la bici su cui alla fine dell’intervista se ne va nella notte milanese, tranquillo come quando in una sera di febbraio di due anni fa si è chiuso per l’ultima volta la porta dell’ufficio alle spalle. 

Simone Perotti, 44 anni, è autore di “Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita” (Chiarelettere editore), dove racconta la sua esperienza di downshifting (letteralmente: “scalare marcia”): da direttore comunicazione di Rcs Mediagroup, un giorno ha deciso di mollare tutto per trasferirsi in Liguria, tra La Spezia e le Cinque Terre. Il libro è andato esaurito dopo soli quattro giorni: “Evidentemente ho messo un libro nella piaga -scherza-. Volevo parlare ai quarantenni di successo, cresciuti negli anni della vittoria del capitalismo, con la vita già scritta e quasi obbligati a essere brillanti”. Una generazione di pochi sogni, che ha fatto carriera sacrificando forse troppo della vita.

Quanto guadagnavi prima?

Sei mila euro netti al mese. Ora per vivere me ne servono circa 10.500 l’anno: riparo barche, faccio lo skipper o la guida turistica. Ogni giorno scrivo, scolpisco, lavoro al porto e taglio la legna. Ma non sono un eremita: ho internet, la macchina, leggo i giornali. 

Com’è stato il tuo ultimo giorno in ufficio?

Strano: ero consapevole che fosse l’ultimo, non in quell’azienda ma in tutte le aziende della mia vita. Ma senza malinconia, perché il downshifting è una scelta che dev’essere ponderata: da 12 anni mi preparavo a non avere più uno stipendio e un posto di lavoro fissi. 

Che cosa non sopportavi più?

Il dover passare molto tempo con persone che non mi interessavano, ma che ero costretto a vedere per lavoro. Poi la ripetitività della mia vita, e i vestiti: la cravatta è una tortura. Ora mi sono liberato di tutto: avevo 24 completi e 106 cravatte. Ho conservato 3 vestiti e 5 cravatte, il resto l’ho donato alla Caritas. 

Il giorno più difficile della nuova vita?

L’autunno dell’anno scorso: mi sono costruito una casa da solo, ristrutturando un vecchio fienile. All’inizio pioveva dentro, e io, steso sul letto sopra ai sacchi della spazzatura, per un attimo ho pensato: “Ma cosa ci faccio qui?”. 

Il downshifting in fondo è un’abdicazione delle professionalità migliori. Non credi che finisca per impoverire la società?

In un certo senso sì, ma la colpa è di un sistema sociale che ha sbagliato a rapportarsi con i suoi talenti. Per anni ti chiede l’anima invece di “chiedere all’anima” ciò che desidera, ti succhia tempo senza concedere libertà.

Definisci il rivoluzionario contemporaneo “un cocciuto, equilibrato individualista”...

Finita l’epoca delle grandi rivoluzioni di massa, è il momento delle rivoluzioni che partono dal singolo. Anche perché tanti singoli sono un esercito che può cambiare l’ordine sociale. Dobbiamo recuperare il senso positivo dell’individualismo: la società migliore si forma unendo singoli di valore, che sappiano anche stare soli con se stessi in modo sano. 

Il downshifting è una scelta per forza radicale? 

Non voglio diventare un guru: la mia è stata una scelta abbastanza drastica, ma ci sono altri modi per cambiare la propria vita. Anche se da downshifter inevitabilmente si guadagna molto meno e vivere in grandi città diventa quasi impossibile. L’importante è lavorare al proprio progetto con serietà e senza improvvisare: in fin dei conti, si tratta della nostra vita.

Si può fare “marcia indietro” anche se si guadagnano mille euro al mese?

Ho scritto il libro pensando a persone con buoni stipendi e un tenore di vita medio-alto. Lì l’ostacolo è soprattutto psicologico. Per chi guadagna meno è sicuramente più difficile. Ma si possono fare scelte intermedie e magari trovare un lavoro diverso per “rallentare”. 

Parli di Milano come una città che trova solo nell’happy hour il suo momento di sfogo.

L’happy hour è una specie di ora d’aria, uno spazio per sogni irrealizzabili da comunicare agli amici. Inutile, oltre che molto triste: a furia di guardare in alto, verso sogni impossibili, o in basso, lamentandosi della sfiga, non si riesce più a vedere la realtà. 

Offerte di lavoro nell’ultimo anno?

Alcune. E soprattutto the big one, l’offerta che ti capita una volta nella vita. Qualche mese fa mi ha chiamato un cacciatore di teste offrendomi una posizione come direttore comunicazione di una delle più grandi aziende mondiali. Ho detto no

Nell’ultimo anno, Perotti ha scritto e navigato molto, è andato a trovare un amico in Montenegro e ha letto libri che prima non aveva nemmeno il tempo di sfogliare. A volte alle 9.15 del mattino, chiama gli amici al lavoro: “Quando mi rispondono trafelati dico: Ti ho chiamato solo per parlare. Loro vorrebbero ammazzarmi” conclude. Ridendo, e senza rimpianti. 

TESTO DI: MICHELA GELATI

 

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