Le interviste
Un regista dietro le sbarre
Volontariato in carcere e film autoprodotti, le scelte controcorrente del regista Davide Ferrario

Davanti al Duomo di Milano gli ingressi sono presidiati dall’esercito. I soldati controllano chi entra nella cattedrale: metal detector, ispezione delle borse e tutto il resto. Davide Ferrario sgrana gli occhi come se quegli omini verdi fossero dei marziani. 

 

Per il nostro tête-à-tête scegliamo un bar senza pretese dietro corso Vittorio Emanuele. Questa sera Ferrario è dai gesuiti per il cineforum al Centro San Fedele e deve restare in zona: in cartellone c’è “Tutta colpa di Giuda”, il suo ultimo film, girato nel carcere di Torino.
“Ieri -dice- lo abbiamo proiettato all’Uaar, l’Unione degli atei e degli agnostici...”. Be’, il tema è trasversale, no?, azzardo. “Almeno quello”, taglia corto lui.

Davide Ferrario dietro le sbarre ci è finito per caso, 10 anni fa. Lo hanno invitato a tenere due lezioni sulle tecniche di montaggio a San Vittore, a Milano, e non è riuscito a dire di no: “All’epoca non avevo nessuna idea precisa sul carcere -racconta-, però non andarci mi sembrava una vigliaccata”. 

Perché hai continuato a fare il volontario?

A quel corso hanno partecipato ex brigatisti e membri della mala storica della Milano anni ’70, ma anche transessuali, rapinatori... Insomma, un po’ di tutto. Ci siamo trovati molto bene, umanamente c’è stata una risposta forte. Alla fine mi hanno detto: “E adesso? Te ne torni a casa?”. Così per quattro anni sono andato a San Vittore una volta alla settimana, tenevo dei workshop sull’audiovisivo. Abbiamo realizzato diversi lavori di documentazione sulla vita dentro: il più importante è “Fine amore: mai”, un film che parla della sessualità in carcere.

A Torino come ci sei arrivato?

Dopo cinque anni il gruppo di San Vittore si è sciolto: qualcuno è andato in fine pena, qualcuno è uscito in articolo 21 (quello che regola il lavoro dei detenuti all’esterno del carcere, ndr), qualcuno è scappato, altri sono stati trasferiti. E poi per me era difficile venire con continuità a Milano. Proprio quando pensavo di contattare il carcere di Torino, sono stati loro a propormi di fare qualcosa. 

E sei tornato dentro...

Ho iniziato a lavorare alla Sezione Prometeo, una situazione particolare, molto diversa da San Vittore. Ci trovi piccoli delinquenti, quasi tutti con problemi di droga, sieropositivi, che anche in virtù della loro condizione di malati godono di una serie di agevolazioni, come la possibilità di fare teatro, la cucina autonoma, le celle singole aperte per gran parte della giornata... Ma, come dice anche il prete nel film, questa sezione non è rappresentativa della media del carcere italiano, che -ahimè- è peggio di quello che si vede sullo schermo.

“Tutta colpa di Giuda” il carcere non lo assolve, anzi. È il tuo pensiero?

È il pensiero di tutti. Neanche al Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, credono che il carcere serva a rieducare, che sia una risposta al problema. Intendiamoci, non sono così stupido da dire che se uno ha stuprato una donna o ha ammazzato qualcuno vada perdonato e buonanotte: questa persona ha un debito nei confronti di chi ha danneggiato e della società. Però pensare che metterlo in carcere, in questo carcere, serva a redimerlo è una sciocchezza. Dentro, i detenuti non fanno altro che marcire, e il più delle volte entrano in un circolo vizioso: tutti quelli della sezione dove sto io sono persone che escono sei mesi, stanno dentro un anno, escono sei mesi, stanno dentro un anno. Per loro è diventato uno stile di vita. 

Quindi?

Bisogna cambiare qualcosa che sta nella società, non il carcere.

Questo film è autoprodotto, come tutti quelli che hai firmato negli ultimi anni. Come ci sei arrivato?

Per disperazione. Dopo “Guardami” (una pellicola del 1999 sul mondo del porno, ndr) mi ero messo in un angolo, non tanto perché non mi facessero fare film, ma perché non mi facevano fare quelli che interessavano a me. C’è stata una serie di avventure anche in America con la Miramax, quattro anni pieni di progetti che poi non sono partiti. Ho capito che se volevo fare qualcosa dovevo farlo da solo. È nato così “Dopo mezzanotte”, pagato coi soldi del lavoro americano, e m’ha cambiato la vita perché è andato benissimo in tutto il mondo. Da lì in poi ho iniziato ad autoprodurre i miei lavori. In questo modo riesco a garantirmi un controllo artistico ed economico su quello che faccio; una condizione invidiabile, perché alla fine sono il padrone totale del film.

Che cosa non ti lasciavano fare?

Volevo girare un film che si intitolava “Rosso fuoco”, tratto da un libro di Cesare Battisti, ed era un film sulla lotta armata. L’ho sottoposto a chiunque: m’hanno detto tutti di lasciar perdere, soprattutto di abbandonare l’idea secondo me più brillante e cioè di ambientare la storia ai giorni nostri, e non negli anni ’70, perché i problemi da allora non sono cambiati, l’ingiustizia c’è tale e quale, il disagio giovanile pure. Mi dicevano che era una cosa anacronistica. Ma due anni dopo, nel 2001, scappavamo tutti inseguiti dai carabinieri a Genova. 

TESTO DI Davide Musso

 

 

 

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