Le interviste
Il cantastorie
Dopo aver portato in scena i racconti dei migranti pugliesi, Mario Perrotta torna a lavorare sui nostri ricordi.

“Sono un migrante di lusso”. Mario Perrotta, regista e attore teatrale, sorride definendosi un’anima zingara. A dieci anni, da solo, ogni mese partiva in treno da Lecce, dove viveva con la madre, per raggiungere il padre che lavorava a Bergamo: i genitori lo affidavano a famiglie di pendolari tra Nord e Sud Italia. Un’esperienza che ha portato in scena nel progetto (in due parti) “Italiani cìncali!”. Protagonisti, i connazionali minatori in Belgio e il ritorno (“la turnàta”) delle famiglie emigrate in Svizzera.

L’emigrazione italiana è un tema che ti affascina: perché?
Per un’esigenza personale: ho lasciato la mia terra, la Puglia, per andare prima a studiare a Bologna e poi a lavorare a Roma. Lì non stavo bene e ho capito che il problema non era la città, ma ero io: stavo scappando da me stesso. Spesso quando si viene dalla provincia si tende a dimenticare le proprie origini. Ma prima o poi bisogna fare i conti con il luogo in cui si è nati. Ora ho lasciato la
città, vivo vicino a Bologna. Qui c’è il bar di fronte a casa, i discorsi degli anziani: un’atmosfera da don Camillo e Peppone.

Come hai preparato questi spettacoli?
Ho fatto 150 ore di interviste a circa 200 persone, girando per i bar del leccese, per sentire storie di emigranti. Mi sono spinto anche all’estero. Ogni singola vicenda avrebbe meritato un film.

Ce n’è una in particolare che ti ha colpito?
Mi ha fulminato la storia di un vecchio postino. Nel Dopoguerra in tutta la provincia italiana i postini erano gli unici alfabetizzati, oltre a preti e sindaci. Questo postino, che all’epoca aveva 16 anni, doveva leggere le lettere alle donne e scrivere sotto dettatura le risposte per i mariti che lavoravano in Belgio, Germania e Australia. Procrastinava le morti e le brutte notizie. Così, involontariamente, è diventato la coscienza storica di un’intera comunità. Mi ha detto: “Conosco tutto il mondo, senza essermi mai mosso da qui”.

Quali differenze vedi tra la nostra emigrazione e quella di chi arriva in Italia oggi?
Nessuna. Le motivazioni delle migrazioni sono sempre le stesse: fame, guerra, voglia di una vita migliore. Quando una massa si muove, si spostano buoni e cattivi: anche noi abbiamo esportato criminalità ma soprattutto forza lavoro, e questo vale anche per i migranti di oggi. Negli Usa si diceva che gli immigrati italiani rubassero e violentassero. Ma le cifre, allora come ora, raccontano
tutt’altro: a inizio ’900, quando il New York Times parlava malissimo dei nostri compatrioti, nelle carceri Usa c’erano 2mila italiani, ma fuori in 6 milioni costruivano le ferrovie per la conquista dell’Ovest.

Anche tu, a tuo modo, sei un migrante.
Sì, di lusso, perché posso scegliere se partire o restare. E so cosa significhino il distacco da casa e la fatica di ricominciare. Non voglio però essere un cantore dell’emigrazione: anche se mi batto per l’integrazione, non è questa la mia unica cifra artistica. Ho lavorato anche a una trasposizione teatrale dell’Odissea per esplorare il rapporto tra Ulisse e il figlio.

A breve debutterai con un’opera di Moliére: un cambiamento di rotta?
Nessun cambiamento di rotta: non esiste la distinzione tra teatro civile e di narrazione, ma solo tra buon teatro e cattivo teatro. E il buon teatro è sempre necessario. Di Moliére porto in scena “Il misantropo”, la prima sarà il 24 giugno al festival delle Colline torinesi. Il protagonista è un uomo che non sa adattarsi a una società dove tutto è potere e convenienza, anche i rapporti d’amore. Così
diventa un perdente, un reietto. “Il misantropo” fa parte di una serie di tre spettacoli in cui vorrei raccontare il nostro tempo: l’anno prossimo sarà la volta de “I cavalieri” del greco Aristofane e nel 2011 toccherà a “Bouvard e Pecuchet”, i due idioti di Flaubert.

Oltre che in teatro, la tua voglia di raccontare l’Italia è andata sulle frequenze di Radio 2.
Nelle 15 puntate di “Emigranti espréss” ho dato voce a 15 nuove storie di emigrazione (per ascoltarle, marioperrotta.com). La radio impone l’assenza fisica. Bisogna far immaginare mondi con le parole, non con i gesti. Per questo, ho lavorato molto sulla scelta dei brani musicali per creare le atmosfere: da Monteverdi ai Muse, da Edith Piaf alla Callas.

Ora sei al lavoro su un libro che uscirà a settembre per Terre di mezzo. Ci anticipi qualcosa?
Nel libro racconto la storia dell’Archivio di Pieve Santo Stefano (Ar), che quest’anno compie 25 anni. L’archivio riunisce diari e biografie di italiani di tutte le età: memorie di guerra, epistolari intimi, lettere tra nobildonne e i loro amanti, storie di emigrazione. Testi trasversali, che attraversano epoche storiche e classi sociali. La catalogazione viene fatta per anno di spedizione e ordine alfabetico, e questo crea strani “cortocircuiti”: le memorie di partigiani sono a fianco di quelle dei repubblichini, divisi nella vita ma costretti a convivere sugli scaffali. Nel mio libro, che è una storia in forma di romanzo, le voci degli autori dei diari prendono vita di notte, quando
l’archivio è chiuso e silenzioso.

TESTO: Michela Gelati

Mario Perrotta
Nato nel 1970 nella periferia di Lecce, dove da piccolo parlava il dialetto e giocava a scalare palazzi in costruzione. Ha studiato teatro a Bologna, dove ha fondato la compagnia “Teatro dell’argine” e si è laureato in filosofia. Dopo una parentesi romana, è tornato nel bolognese. Tra i suoi lavori, “Emigranti espréss” (Fandango editore), il libro tratto dall’omonimo programma radio. Nel 2008 ha ricevuto il premio “Città del diario” per il suo impegno nel recupero della memoria collettiva.

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