Un appartamento condiviso nel quartiere Santo Stefano a Bologna. “Simona (Vinci, scrittrice) cercava una casa in città e abbiamo deciso di fare questo investimento insieme. Lei ci vive e io ho allestito qui il mio studio”, spiega Carlo Lucarelli.
Maglia nera, pantalone beige, il giallista mi accoglie nella sua cucina per un pranzo in compagnia, accanto a me la coinquilina e un amico di passaggio. Attorno ai cartoni della pizza, commentiamo le reazioni suscitate dalla puntata di “Blu notte” dedicata ai rapporti tra mafia e politica dove si facevano i nomi di Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi e del suo stalliere, Silvano Mangano.
“Mi aspettavo l’editto bulgaro anche per noi -ammette Lucarelli, una pausa a effetto-. No: la nuova strategia è far finta di niente, così i giornali non scrivono nulla e tutto finisce lì”. Altra pausa, un gesto “televisivo”: “Ma non è vero che tutto finisce. La puntata, in onda in prima serata su Rai Tre, ha avuto 2 milioni e 500mila telespettatori e ora è su internet. Quindi, forse, sono diventati 5 milioni. Cosa faranno queste persone? Ci ripenseranno?”.
Tra frigo e fornelli scopro anche che a Carlo Lucarelli i misteri proprio non piacciono. “Mi attraggono –dice–. Però, se scrivi gialli, è perché non vuoi che esistano”. E mi spiega che nei romanzi mette in scena un quadratino di vita –ne disegna la forma sul tavolo– e all’interno di quel quadrato c’è una logica. “Il problema è che viene voglia di fare altrettanto nella vita reale. È molto frustrante”.
Ti accade anche quando racconti casi come quello di Ustica? La strage di Ustica non è un mistero, ma un segreto. Ufficialmente non si sa che cosa sia successo. Ma se provo a collegare i fatti e uso
il buonsenso, posso arrivare a una spiegazione plausibile. Per avere la certezza assoluta, la verità “giudiziaria”, però bisognerebbe trovare la famosa carta nel cassetto. I casi di cronaca sì, sono veri misteri: se non conosci la dinamica,di un omicidio, non riesci a ricostruirlo. È come leggere un giallo appassionante, cui
manca l’ultima pagina.
Che differenza c’è tra scrivere un romanzo e raccontare la realtà?
Dal punto di vista narrativo nessuna. In entrambi i casi, riprendo dei fatti veri e li metto in scena. -ci riflette, e se ne esce con un esempio. Il tono della voce cambia-. C’è una finestra chiusa, i pompieri in strada. “Oddio, cos’è successo?” La tensione cresce… Si apre la porta e c’è una donna stesa per terra. Chi sarà? E allora si comincia dal principio, come in un flash back.
Ritorniamo anche noi al punto di partenza:mla mafia. Che fine ha fatto Cosa nostra?
Agisce in silenzio e si è riciclata in un comitato d’affari che utilizza mezzi criminali.
Te ne stai occupando ancora, dunque. Mi interessa l’aspetto economico, quotidiano della mafia. Di solito si pensa al mafioso come a uno che di mestiere rapina, spaccia
e chiede il pizzo. E se non hai a che fare con un tipo così, ti convinci che la mafia non ti riguarda. Un errore: la criminalità organizzata avvelena anche te, scaricando rifiuti tossici dove non potrebbe, o ti costruisce un casermone davanti a casa perché lucra sui terreni.
Quanto ne siamo consapevoli?
Per nulla: questa mafia è assolutamente sconosciuta. La sfida è farlo capire alla gente.
Non hai mai paura? Roberto Saviano, da più due anni, per questo vive sotto scorta.
Roberto, e come lui altri giornalisti, stanno sul posto e fanno inchieste: sono più pericolosi di me e di “Blu notte”. Noi siamo un programma storico: rompiamo le scatole perché facciamo memoria in prima serata.
In “Navi a perdere”, uscito per la collana VerdeNero (Edizioni Ambiente), parli di ecomafia. Non c’è un motivo particolare. Se ti occupi di criminalità organizzata finisci anche per parlare del traffico di rifiuti tossici.
Un tema che ci porta all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi. In Somalia si occupava proprio di questo: armi e rifiuti tossici. Credo che nelle prossime puntate riuscirò a parlare anche della sua vicenda. È un desiderio che coltivo da tempo, ma solo ora le
due Commissioni parlamentari che hanno indagato sul caso hanno prodotto della documentazione utile a ricostruire i fatti. Potremo dunque consultare le carte e farle conoscere. Penso che la storia di Ilaria Alpi avrà un forte impatto emotivo sugli spettatori: chi vedrà la puntata, alla fine, spegnerà la tivù e resterà con una grande rabbia.
Conosci bene i tuoi spettatori. Ho la fortuna di incontrarli per strada. Universitari, ragazzi anche giovanissimi, e molti extracomunitari. Tra loro, anche la mia benzinaia,
una giovane romena che guarda la trasmissione con il fidanzato italiano. Le ho chiesto perché: “Vivo qui -mi ha risposto- e voglio sapere cosa succede”. E poi tutte, ma proprio tutte, le forze dell’ordine.
Da dove ti deriva la passione per la verità?
In parte da un’indignazione civile: non sapere cosa sia successo alla stazione di Bologna, per esempio, non mi lascia indifferente. Scoprire la verità significa migliorare la vita.
Un obiettivo comune. Anche tu, per caso, sei un giornalista?
Scrivevo di “nera” per Sabato sera, un settimanale di Imola. Ma non era il mio mestiere.
Quell’esperienza ha lasciato traccia?
Sì, mi ha fatto conoscere l’ambiente di Polizia e Carabinieri e mi ha portato sui luoghi del delitto, in Questura e alla Scientifica. In alcuni uffici il piantone mi salutava così -ride e porta la mano alla fronte-. Forse pensava che fossi uno dei servizi (segreti).
TESTO: Ilaria Sesana











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