Le interviste
Israele allo specchio
Guardatelo bene. E' Avi Mograbi, un regista che ama il suo paese e lo racconta senza sconti. Sarà lui il protagonista del Milano Film Festival. L'intervista è anche nel nuovo numero di Terre di settembre.

“Responsabilità”, di Israele per il conflitto in Medio Oriente. Nel corso dell’intervista il documentarista israeliano Avi Mograbi lo ripete più volte, con la forza di chi ama il suo Paese e per questo non fa sconti a chi finge di non vedere. Un punto fermo del suo cinema, che sarà presentato in una rassegna completa al Milano film festival organizzato da Esterni, dove Mograbi il 13 settembre terrà anche un seminario sul proprio lavoro.

Autore di film in cui ha messo a nudo le contraddizioni della società israeliana e i rapporti con i palestinesi, Mograbi collabora anche con l’associazione Breaking the silence (rompere il silenzio, ndr), formata da ex militari in servizio durante la seconda Intifada e impegnati a denunciare la corruzione e gli abusi dell'esercito nei territori occupati.

Sei nato nel 1956: come hai vissuto da ragazzo le guerre che hanno visto protagonista Israele?

Non posso ricordarmi della guerra del Sinai del 1956, ero impegnato in altre cose (ride). Ma ricordo bene la guerra dei sei giorni del 1967, avevo 11 anni e come molti israeliani sentivo un forte senso di vittoria.

Che lavoro sognavi di fare da bambino?
Sono cresciuto guardando film: la mia famiglia dagli anni ’30 era proprietaria del cinema Mograbi di Tel Aviv. Da piccolo sognavo di diventare regista, ma poi ho studiato arte e filosofia, per tornare al cinema solo più tardi. Per molto tempo ho pensato di girare  fiction, sul modello dei film italiani ed europei degli anni ’60 e ’70, ma poi è stato più naturale fare documentari sulla realtà del mio Paese. In un certo senso il mio lavoro è a metà tra il documentario e la fiction movie.

Nel film “happy Birthday Mr. Mograbi”, parli dei primi cinquant’anni di israele: in che modo l’essere israeliano ha influenzato la tua vita e il tuo cinema?
Tutto il mio lavoro riguarda l’identità e la società israeliana con le loro contraddizioni, anzi se fossi nato altrove forse non avrei fatto il regista. Nel 2000, il periodo degli attacchi suicidi dei palestinesi nelle città israeliane, pensavo che fossimo entrati in un circolo vizioso: come ora, il Governo e forse anche la gente non capiva che siamo noi a dover fare il primo passo con il mondo arabo.

Anche le azioni di Hamas contro le città israeliane di confine sono conseguenze del comportamento aggressivo di Israele?
Israele è indubbiamente lo Stato più forte in Medio Oriente, Hamas è nata come piccola organizzazione religiosa e umanitaria per i palestinesi, mentre noi l’abbiamo vista subito come un nemico. Israele non ha mai voluto affrontare seriamente il problema e ha una forte responsabilità per l’ascesa di Hezbollah e Hamas, che certo non è innocente.

Com’è considerato il tuo lavoro in Israele?
I critici hanno sempre accolto favorevolmente i miei lavori, ma è molto più difficile dire cosa pensi il pubblico. Da noi i film politici non creano dibattiti nella società civile: forse gli israeliani non vogliono avere a che fare con le proprie responsabilità collettive in Medio Oriente, perché questo porterebbe a dibattiti amari. Anche ora, l’associazione di ex soldati Breaking the silence ha pubblicato un lavoro sull’attacco a Gaza, con rivelazioni e testimonianze. Ma il dibattito si è concentrato sulla legittimità dell’associazione e la credibilità dei suoi componenti, non sui temi
morali. È più facile screditare i testimoni che attaccare le testimonianze.


Come scegli i soggetti dei tuoi film?

È il tema che sceglie me. Di solito l’idea per un film viene da un evento che mi fa arrabbiare o emozionare, e girare è un modo per addolcire le mie sensazioni. Anche se intervistare testimoni è parte del mio lavoro, non farei mai un film fatto di testimonianze: in ogni intervista si instaura un’empatia tra regista e testimone, e questo non mi piace. Preferisco catturare frammenti di realtà per parlare degli eventi.


Qual è il ruolo del documentario in questi anni, con nuove forme di comunicazione come i video e le notizie messe in rete dagli utenti?
Non credo che il documentario sia in concorrenza con le news su Internet o i video su YouTube. Il documentario prima di tutto è un film e riflette le idee del regista su un fatto.
Se poi il documentarista è bravo, riesce a fare cose che nessuno troverà mai su YouTube. E il pubblico lo capisce.

Al Milano film festival terrai un seminario: che consigli daresti a un giovane documentarista?
Non mi sento di poter dare nessun consiglio se non parlare del mio lavoro: ogni persona all’inizio della carriera deve seguire le proprie aspirazioni e in quello può dare il meglio. E consiglio di occuparsi di fatti che si conoscono bene o in cui ci si sente molto coinvolti.

Non hai mai pensato a un documentario in luoghi diversi dal Medio Oriente?
No. Anche se ho fatto un film in Giappone, una storia d’amore. Parlo del Medio Oriente perché ci vivo e quello che succede qui mi riguarda direttamente. Non escludo di potermi sentire coinvolto anche in fatti di altri Paesi, ma non è ancora successo.

Avi Mograbi

È nato nel 1956 a Tel Aviv. Tra i suoi film, “Happy Birthday Mr. Mograbi”, “Per uno solo dei miei occhi”, presentato al Festival di Cannes nel 2005, e “Z32” del 2008, che raccoglie le confessioni di un soldato isrealiano. Gira documentari in Israele e nei territori occupati, dove non si è mai trovato in difficoltà “tranne quando sono alla guida di una macchina”. Ora si sta prendendo una pausa “di riposo e riflessione” prima del prossimo film.

TESTO: Michela Gelati

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