"La notizia dell'uccisione dei miei connazionali a Firenze mi ha fatto piangere ancora lacrime sul dolore dell'immigrazione. Sono morti per guadagnare la loro vita e quella della loro famiglia".
Arrivano da lontano le parole di Moustapha Thiam. E non solo perché chi scrive si trova in Senegal. Le profondità che raccontano vanno al di là dello spazio. Attraversano la storia di un uomo. E l'urgenza di riprenderle cancella l'editoriale che avevo appena scritto. Torino e Firenze meritano di essere "ridette" anche a distanza di un mese. Quando già non fanno più notizia. Perché violenza e xenofobia sanno bene come sfruttare la nostra poca memoria. Entrano strisciando nei discorsi, si annidano tra le pieghe delle cortesi formalità, si alimentano di ignoranza, indifferenza, meschinità. Fino a esplodere. Dopo viene la rabbia, il colpo di reni. Si organizzano le marce, i sit-in, le proteste. Per ridirci che no, noi non siamo razzisti. Che è tutta colpa di un pazzo che ha partecipato a troppi comizi e visto troppi film "cattivi". E la faccenda si chiude, fino alla prossima volta. Intanto il dolore dell'immigrazione continua. Chi è straniero resta tale. E le lacrime di Moustapha diventano anche le nostre. Un pianto, lo crediamo, che un giorno lascerà il posto alla gioia. Perché la morte non è mai l'ultima parola. Così come la paura, il razzismo, la xenofobia. Lo dimostra la vita, e la forza che essa racchiude. È un caso che l'ultima pagina di questo giornale abbia il volto di Khalifa Thiam, il fratello di Moustapha. Volevamo raccontarvi che cosa sogna un nostro amico, per chi lavora e per che cosa ringrazia. Questo numero lo dedichiamo allora a tutti quei venditori che incontrate per strada. Guai a voi se li chiamate "vù cumprà". Anche se vi è familiare, facile, immediato. Chiamateli piuttosto per nome.
Elena Parasiliti

































