Laafia è un intercalare: significa “va tutto bene” in gourmantché, una delle sessanta lingue che si parlano in Burkina Faso. “Abbiamo scelto questo nome non solo per il suono dolce, lento e femminile, ma perché in un sola parola condensa uno stile di vita: dare valore alle piccole cose, ai momenti quotidiani, all’incontro con le persone. E anche se la vita riserva momenti difficili, ansie e paure, va tutto bene”.
Laafia è molto più che un marchio: è un progetto bello e solidale, nato dal viaggio che ha portato annalisa messina e Lorenza Salati, stilista e videomaker, a raggiungere in Burkina Faso Valeria de Paoli, illustratrice e cooperante, e a conoscere il sarto Abel Tankoano. Nella sua maison de couture, nel villaggio di Diapaga (a 450 km da Ouagadougou, la capitale), Abel ha creato una piccola scuola di formazione che ogni anno accoglie 10 allievi. In un paese dove il 90 per cento dei vestiti viene commissionato (non esistono negozi di abbigliamento, ndr) ma non ci sono scuole di moda post-diploma, questa esperienza permette ai ragazzi di imparare un mestiere.
Allo stesso tempo, la sartoria si trasforma in un luogo di incontro per viaggiatori, cooperanti e burkinabé. Qui, un anno fa, ha preso il via anche la collaborazione con Laafia: gli apprendisti confezionano i vestiti su modelli che hanno la bellezza e il sapore della contaminazione. Abiti femminili e multifunzionali, realizzati con tessuti comprati sulle bancarelle dei mercati del Burkina Faso e lo stile metropolitano. Una commistione raccontata dalla “video-etichetta” (un cd in regalo con ogni capo) che permette a chi indossa gli abiti di Laafia di conoscerne la storia. E alla prima linea di vestiti prodotti in Burkina Faso, le donne di Laafia hanno legato anche un progetto di solidarietà: oltre ad aver regalato una macchina da cucire all’atelier di Abel, stanno cercando enti disposti a investire, attraverso il microcredito, nella sua scuola di formazione.
TESTO DI: GUYA MANZONI











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