Avvocati per niente
Il diritto di sbagliare
Quanto bisogna essere "buoni" per restare in Italia? Lo straniero che ha sbagliato deve per forza messo alla porta?

Ma quanto bisogna essere "buoni" per restare in Italia? È possibile anche per lo straniero porre rimedio agli errori di gioventù senza essere messo alla porta? Il governo francese ha proposto la revoca della cittadinanza a chi commette reati e ormai anche in Italia dobbiamo confrontarci con questi temi. Penso a Mohamed (il nome è di fantasia), un giovane che vive qui da quando aveva 10 anni e che sto assistendo.

Mohamed è arrivato qui grazie al ricongiungimento familiare e dopo la licenzia media ha iniziato a fare qualche lavoretto. Ha però anche cominciato a frequentare persone sbagliate che l'hanno instradato verso piccoli (ma numerosi) reati contro il patrimonio. È finito in carcere.
Ora Mohamed ha 30 anni, si è gettato alle spalle i propri errori e con l'aiuto dei servizi sociali ha intrapreso un percorso di riabilitazione. Alla prima occasione di rinnovo del permesso di soggiorno, però, la Questura glielo ha negato e subito è arrivato l'ordine di espulsione.

Nel frattempo il giovane ha perso ogni contatto con la patria, non ricorda quasi più neanche l'arabo, là non ha più amici né parenti. Rinchiuso nel centro di espulsione, il Cie di via Corelli a Milano, aspetta la decisione dei giudici: quello amministrativo dà maggior peso alla necessità di tenere unito il nucleo familiare e chiede alla Questura di sospendere il rimpatrio, il giudice di pace invece l'autorizza.

La questione è delicata. La cultura corrente ci suggerisce che delle devianze degli stranieri ci si può sbarazzare subito con il rimpatrio. Ma questo ragionamento è sempre valido? In un Paese dove risiedono persone che vivono l'Italia come la loro patria effettiva, forse anche il diritto di sbagliare, scontare i propri errori e possibilmente avviare un percorso di recupero, può trovare tutela.

Testo di Livio Neri 

 

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