Per ottenere il permesso di soggiorno non basta essere in possesso dei requisiti richiesti dalla legge (visto d'ingresso, nulla osta, lavoro, casa, etc.): l'immigrato deve avere anche tanta pazienza e sopportare le lunghe file in Questura per la presentazione dei documenti e i tempi biblici previsti per il ritiro. Ma, a volte, anche la pazienza non sembra sufficiente, ci vuole anche tanta fortuna. In uno Stato democratico la legge dovrebbe essere certa ed uguale per tutti, come stabilito dall'articolo 3 della Costituzione italiana.
Eppure, secondo l'interpretazione del ministero dell'Interno (circolare 1843 del 17/3/2010), la legge che regola la sanatoria per colf e badanti, approvata nell'agosto dello scorso anno, non consentirebbe il rilascio del permesso di soggiorno a chi ha subìto un'espulsione ed è stato condannato per non aver eseguito l'ordine del Questore di lasciare l'Italia entro cinque giorni. Ma lo concederebbe invece a chi ha subìto identica espulsione, non ha abbandonato (allo stesso modo) il territorio nazionale entro cinque giorni, ma ha avuto la fortuna di non essere stato fermato, arrestato e condannato per quel reato.
Si tratta, evidentemente, di una soluzione inaccettabile perché ingiusta e totalmente irragionevole. In questo modo il confine tra vita regolare e clandestinità diventa sempre più incerto e l'esistenza dei cittadini stranieri si trasforma in un tormentato gioco dell'oca.
Ci sono tutte le premesse per una nuova battaglia legale, analoga a quella che avevamo sostenuto (e vinto) per la sanatoria del 2002 che, in modo altrettanto ingiusto, negava il permesso a chi era stato denunciato, e non ancora condannato, per determinati reati.
TESTO SCRITTO DA STEFANO ZUCCALI























