Il nome è di quindici lettere, quasi tutte consonanti, difficile da pronunciare persino per i suoi concittadini dello Sri Lanka. Ma questo non gli aveva impedito di farsi degli amici italiani, di trovare un buon lavoro come cameriere in una piccola trattoria di Milano e una stanzetta in affitto. Una normale e pacifica vita da clandestino.
Gli mancava solo il permesso di soggiorno. Ma con la sua aria ordinata e serena, con la sua parlata italiana discretamente impostata, in cinque anni era sempre stato assistito dalla buona sorte. Veniva ogni tanto fermato dalle forze dell'ordine, ma poi "lasciato andare". Dato che è impossibile processare e cacciare 700mila clandestini, tutto resta affidato al buon senso (ma più spesso all'arbitrio) del singolo poliziotto o carabiniere che, a seconda dell'idea che si fa della persona che ha davanti (pacifico clandestino? Potenziale delinquente?), decide o meno di far finta di nulla.
Un giorno, grazie al decreto flussi, il suo datore di lavoro riesce a ottenere il nulla osta per l'assunzione. Con un semplice escamotage: dovrà tornare in Sri Lanka e poi rientrare da "regolare" in Italia. All'aeroporto, però, la polizia di frontiera lo ferma proprio mentre si sta imbarcando per ritornare nel suo Paese e, in quattro e quattr'otto, gli confeziona quel decreto di espulsione dal quale era scampato per cinque anni. Non potrà tornare in Italia per i prossimi dieci anni.
Entro la fine dell'anno l'Italia dovrà recepire una direttiva europea (la 115 del 2008), che impedisce di applicare i divieti di reingresso anche a quanti hanno obbedito all'espulsione. Forse le cose cambieranno. Ma intanto il posto di lavoro in trattoria è vuoto e il nostro amico è in Sri Lanka, merito di un calcio nel sedere dato quando era già sulla porta.
TESTO DI ALBERTO GUARISO

































