Il mito delle flessibilità nel mondo del lavoro può portare a situazioni paradossali. Come è accaduto a Maria, operai addetta al confezionamento in un grande biscottificio del Nord Italia: 42 contratti a termine in tre anni.
La donna però non era dipendente di quell’azienda, ma di un’agenzia di somministrazione che fa da tramite tra lavoratore e ditta. L’agenzia assume a termine il dipendente e poi lo “somministra” a un’impresa “utilizzatrice”. Per tre anni Maria, in nome della “flessibilità”, è stata inviata sempre nello stesso luogo di lavoro, a volte con contratti di durata infima, persino una sola settimana.
Una vita dal respiro corto, i cui effetti pratici sono evidenti: niente credito (neppure per comprare un televisore), niente mutuo e nessuna possibilità di fare progetti, neppure matrimoniali. E, ovviamente, per evitare problemi (“Se poi mi licenziano?”), al bando anche le attività sindacali.
Condizioni che potevano essere evitate con una “ragionevole” previsione da parte del biscottificio: un lavoratore in quel ruolo era indispensabile.
Maria ora ha deciso di ricorrere a un tribunale per avere giustizia. Vi sono ottime possibilità che la ottenga. Il giudice dichiarerà che tutta la vicenda è contraria alla legge e ordinerà all’azienda di assumerla a tempo indeterminato. Finalmente, la donna potrà chiedere un mutuo e, magari, mettere su casa. E l’azienda? Si “vanterà” di aver speso di più rispetto a una normale assunzione (le agenzie chiedono infatti un compenso), per non parlare delle parcelle degli avvocati e delle spese processuali.
Ne valeva la pena? Certamente no, ma tanti imprenditori, a costo di far pasticci, continuano a pensare che un’assunzione a tempo indeterminato rappresenti la morte dell’azienda.
TESTO DI ALBERTO GUARISO











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