Loretta Napoleoni
Luci e tenebre dell'Europa
Ottimisti gli analisti del Vecchio continente, pessimisti quelli americani. Purtroppo, ad aver ragione, potrebbero essere proprio i secondi.

Sulle due sponde dell'Atlantico gli esperti si interrogano sul futuro economico dell'Europa. E mentre quelli che gravitano intorno alla Banca centrale europea sono ottimisti, gli esperti del Fondo monetario continuano a essere pessimisti. Che l'economia non sia una scienza esatta è noto, ma preoccupa che chi la pratica possa avere visioni opposte dello stesso fenomeno.

L'ottimismo degli europei si basa sulla convinzione che la locomotiva tedesca possa trascinare l'intero continente fuori della recessione. La Germania, ed una parte della Francia orientale, sono le uniche zone dove economia e occupazione continuano a crescere a ritmi sostenuti. Fatta eccezione per l'Italia, dove il mercato nero genera una modestissima crescita, economicamente il resto dell'Europa arranca. Secondo il centro studi del settimanale The Economist, il tasso di crescita sarà infatti dell'1,1 per cento nel 2011 e al di sotto dell'1,7 per cento negli anni successivi fino al 2015.

Il pessimismo degli americani poggia su una serie di fattori contingenti. Grecia e Irlanda sono destinate a una disoccupazione del 20 per cento (come in Spagna) e sono anche pericolosamente vicine alla bancarotta perché la recessione ha ridotto le entrate fiscali facendo lievitare il debito pubblico. Inoltre, in Francia e in Italia c'è una forte resistenza alle politiche di austerity e di revisione delle relazioni sindacali.

Ma a preoccupare maggiormente è la guerra monetaria che da mesi imperversa nel villaggio globale. La forza della Germania è nel settore dell'esportazione e la competitività dei suoi prodotti dipende sopratutto dal tasso di cambio dell'euro rispetto a quello dei suoi maggiori concorrenti -Stati Uniti, Cina e Corea- tutti impegnati nella corsa alla svalutazione. Mentre i coreani sono intervenuti sul mercato dei cambi per deprezzare la propria moneta, i cinesi si rifiutano di rivalutare la loro, che ancora non è convertibile e quindi al riparo dal mercato internazionale dei cambi. Gli Stati Uniti invece usano la politica monetaria espansiva per indebolire il dollaro.

Il pessimismo d'oltreoceano è giustificato. A conferire alla depressione degli anni Trenta l'aggettivo "grande" è stato il protezionismo. Per guadagnare competitività le nazioni hanno alzato le barriere doganali che hanno strangolato l'esportazione e causato la contrazione del commercio internazionale. Si è così innescata una spirale depressiva. Oggi rischiamo di commettere lo stesso errore, usando la svalutazione delle monete per guadagnare competitività.

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