A giugno, una nuova puntata della telenovela "Globalizzazione" vede scatenarsi in Occidente una guerra tra poveri: Polonia e Italia si contendono la produzione della nuova "Panda". Un casus belli che nasconde tensioni industriali e nazionali all'interno dell'Europa unita, che potrebbero esplodere un po' dovunque. Conviene allora rivedere questa vicenda da una visuale diversa.
Sebbene la produzione della Panda sia stata progettata ed in parte anche già avviata in Polonia, Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ad un tratto cambia idea e decide di spostarla nello stabilimento di Pomigliano d'Arco, in Campania. Ma il cambio d'indirizzo è tutt'altro che facile. La Fiat impone ai 5mila dipendenti e ai 7mila operai dell'indotto di firmare un contratto che de facto abroga parzialmente lo statuto dei lavoratori e che va ad infrangere l'articolo 41 della nostra Costituzione.
E mentre in Italia si scatena un braccio di ferro tra azienda e Fiom, unico sindacato che si rifiuta di firmare gli accordi, gli operai polacchi della Fiat vengono a conoscenza del problema dalla stampa internazionale. Non solo il loro Governo di Varsavia ha taciuto, ma il loro ministro dell'Economia ha persino negato che la Fiat abbia mai comunicato l'intenzione di spostare la produzione in Polonia. Un bel pasticcio, anche perche la Fiat ha ottenuto grosse agevolazioni e ingenti finanziamenti dall'Unione Europa per avviare la produzione in quel Paese.
I polacchi rimangano letteralmente sbigottiti di fronte a questo comportamento: secondo loro, il repentino cambiamento non sarebbe dovuto a una convenienza economica. Si tratterebbe semmai di un'operazione "politica". Che senso ha trasferirsi dallo stabilimento di Tychy, che funziona bene, a quello di Pomigliano che presenta tanti problemi? Senza contare il costo dell'operazione, quei 700 milioni di euro, che superano (e di molto) l'investimento in Polonia. Forse i polacchi hanno ragione.
Le condizioni imposte ai lavoratori di Pomigliano e avvallate dal Governo italiano mettono a nudo la debolezza dell'impresa e di chi ci governa. Negli ultimi vent'anni, in cui il costo del capitale e quello del lavoro hanno conosciuto un'unica direzione, verso il basso, si sono dimostrati incapaci di avviare una vera riconversione industriale: la Fiat ha infatti rimpinguato i profitti delocalizzando il lavoro o attingendo ai forzieri dello Stato. Oggi cerca competitività riscrivendo la Costituzione e confermando ciò che molti pensano da decenni: la Fiat non e un gigante del capitalismo, ma un'impresa parastatale.










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