Loretta Napoleoni
Arrivederci al futuro
All'Expo di Shanghai la grande assente è la multinazionale "democrazia". Ed è probabile che all'Expo il capi-comunismo infligga il colpo di grazia al nostro neoliberismo democratico.

L'Expo di Shangai è destinato a far conoscere il pianeta globalizzato ai cinesi: più del 90 per cento dei visitatori ha infatti gli occhi a mandorla. Ma è bene non illudersi, la fiera non rappresenta per noi un'opportunità per colonizzare il mercato cinese. Piuttosto dobbiamo fare la parte dei mercanti in fiera e sudare sette camicie per convincerli ad acquistare i nostri prodotti. 

Il mercato cinese è ormai sufficientemente grande e ricco, e possiede potenzialità di crescita tali da oscurare tutti gli altri, incluso quello occidentale. E naturalmente tutti ne vogliono conquistare una fetta. 
Per i cinesi l'Expo è un traguardo della lunga marcia verso la modernità che la Cina, povera e maoista, iniziò nel 1979 sotto la guida di Deng Xiaoping. Il partito comunista cinese si salvò dal terremoto del blocco sovietico grazie al capi-comunismo, un ibrido nato dall'unione bizzarra di due sistemi in apparenza antitetici: il maoismo e il capitalismo. Un sistema che non è né il comunismo classico né il capitalismo tradizione, ma qualcosa d'altro.
Anche se non si è d'accordo con il carattere autoritario del modello cinese -simile a quello delle Tigri asiatiche, come Taiwan e Singapore-, non si può negare che finora nel mercato globalizzato il capi-comunismo abbia funzionato meglio del neoliberismo. Non solo la Cina è l'unica nazione uscita indenne dalla crisi del credito, ma è stata solo sfiorata dalla recessione. Con un tasso di crescita annuo vicino al 9 per cento, nel 2009 il suo consumo ha sostenuto l'economia mondiale.

Dietro le beghe monetarie tra Washington e Pechino c'è lo scontro tra due giganti, uno con i piedi d'argilla e l'altro con gli stivali d'acciaio. A Shanghai i cinesi si trovano di fronte un occidente meno democratico e più elitario di quello che, nel 1989, rimase inorridito di fronte alla repressione di piazza Tienanmen. Le democrazie occidentali sono ormai strumenti di potere nelle mani degli sponsor, le ricche élite che finanziano e fanno eleggere i politici. Una cosa è certa, a Shanghai la grande assente è la multinazionale "democrazia". 
È probabile che all'Expo il capi-comunismo infligga il colpo di grazia al nostro neoliberismo democratico. Pochi però se ne accorgeranno, di sicuro non i mercanti "stranieri" che torneranno a casa con le tasche piene di contratti. Eppure sulle scritte delle bandierine che i cinesi sventoleranno alla chiusura dell'Expo, in ottobre, ci sarà scritto: "Arrivederci dal futuro". Nessuno però si prenderà la bega di leggerle.

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