Il 2010 si è aperto con l'inaugurazione del Burj Dubai: 800 metri di altezza e 28mila pannelli di vetro, è il grattacielo più alto del mondo, visibile a 95 chilometri di distanza. Ma lo spettacolo che si vede ai suoi piedi è poco esaltante.
A costruire la moderna torre di Babele sono stati migliaia di immigrati asiatici e africani. A Dubai rappresentano più dell'80 per cento della forza lavoro e, da quando la recessione si è abbattuta sull'Emirato, si trovano in crescente difficoltà.
Per loro non esistono ammortizzatori sociali, il governo li tratta come merce. La maggior parte vive in accampamenti con servizi minimi, come il Bin Belaila Baytur che ospita circa 5.300 persone. Oggi quell'accampamento si sta svuotando: ogni giorno sono costretti ad andarsene circa 60 lavoratori, ormai disoccupati.
La metà dei braccianti stranieri negli Emirati arabi uniti (Dubai è uno dei sette stati federali) è di origine filippina: sono quasi 350mila e fanno tutti i lavori più umili. Circa 150mila vivono a Dubai, impiegati nei settori delle costruzioni e del turismo, entrambi duramente colpiti dalla recessione. Spesso la sopravvivenza di intere famiglie nelle Filippine dipende dalle rimesse di questi emigrati.
"La paura di perdere il lavoro a Dubai o altrove avrà conseguenze devastanti sulle famiglie dei migranti -ha denunciato padre Arsie Lumiques, professore del Jesuit Ateneo di Manila, all'Asian Times-. Il governo filippino deve prendere rapide misure per creare nuove opportunità di lavoro e reintegrare chi rimpatria".
A Dubai chi viene licenziato perde all'istante anche il permesso di soggiorno. Solo gli impiegati hanno a disposizione 30 giorni di tempo per trovare una nuova occupazione. Chi non ci riesce, e cioè la maggior parte, usa i pochi risparmi per fuggire. Spesso, infatti, si sono indebitati e, in questi stati, è un reato grave non onorare i debiti. Per questo tutt'intorno agli aeroporti sono visibili centinaia di macchine abbandonate con le chiavi ancora inserite nel cruscotto e carte di credito sparpagliate sui sedili.
Inoltre, nell'Emirato non esistono forme di tutela per quei lavoratori che non vengono pagati dalle imprese. Il ministero del Lavoro è sommerso dai reclami di operai e impiegati che aspettano lo stipendio o sono stati licenziati senza ricevere la liquidazione. I 10 miliardi di dollari stanziati da Abu Dhabi, capitale e principale Emirato, per aiutare Dubai a riprendersi dalla crisi sono tutti finiti nelle casse dell'emiro e delle società a lui vicine. Gli immigrati, come le banche internazionali, sono rimasti a bocca asciutta.











OKNOtizie
Segnalo
Diggita
Delicious
Facebook
