Ho conosciuto il giudice Ferdinando Imposimato, per tre anni titolare del processo per l’omicidio di Aldo Moro. È un uomo forte, che non si piega mai: nella sua carriera di magistrato ha indagato anche sulla camorra, che per vendetta gli ha ucciso il fratello Franco.
Insieme al giornalista Sandro Provvisionato ha scritto il libro “Doveva morire: chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell’inchiesta racconta” (ed.Chiare lettere). Durante l’estate ho avuto il piacere di presentarlo con l’autore, in diverse piazze d’Italia. Il contenuto fa accapponare la pelle.
Il 16 marzo del 1978 le Brigate rosse rapiscono Aldo Moro e uccidono gli uomini della sua scorta. Come di prassi, le indagini avrebbero dovuto immediatamente essere affidate al giudice istruttore, all’epoca proprio Ferdinando Imposimato. Invece l’inchiesta rimane nelle mani della procura della Repubblica di Roma e arriva sul tavolo di Imposimato il 18 maggio, 9 giorni dopo l’assassinio di Moro. Perché la procura di Roma trattiene a sé le indagini? Sappiamo che molto spesso i procuratori della Repubblica venivano nominati da Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, compagni di partito di Moro, e pertanto è facile dedurre che un procuratore è pilotabile con maggiore forza rispetto a un giudice indipendente e di grande personalità come Imposimato. Ma le anomalie non finiscono qui.
Il 31 gennaio del 1978, circa due mesi prima del rapimento Moro, nasce l’Ucigos, un organismo di polizia speciale che dipende dal Ministro dell’Interno, all’epoca Francesco Cossiga. Non solo mi chiedo come mai nasca una squadra speciale di polizia investigativa senza l’autonomia che la Costituzione gli affida, ma perché proprio alle strette dipendenze di un ministero?
Un altro mistero? Steve Pieczenik, un americano esperto di terrorismo messo a fianco di Cossiga e Andreotti per gestire il caso Moro, nel 2006 rilascia un’intervista sconcertante: “Quando, con le sue lettere, Aldo Moro ha fatto capire di essere sul punto di rivelare segreti di Stato e di fare i nomi di coloro che li detenevano, ho detto a Cossiga che ci trovavamo a un bivio: se Moro potesse continuare a vivere o dovesse morire con le sue rivelazioni. La decisione di far uccidere Moro è stata di Cossiga, e presumo anche di Andreotti”. Un libro che vi consiglio di leggere.
DI ULDERICO PESCE











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