Ci sono sempre meno soldi per pagare gli addetti alle cucine, ai servizi di pulizia e tutti gli altri detenuti che lavorano come dipendenti dell'Amministrazione penitenziaria. L'allarme, contenuto nell'annuale "Relazione al Parlamento sul lavoro e la formazione professionale in carcere", è stato lanciato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a fine 2010. Il taglio dei fondi destinati ai detenuti lavoranti, infatti, ha reso ancora più evidente lo stato di degrado delle carceri "condizionando in modo particolare le attività necessarie per la gestione quotidiana dell'istituto -si legge nella relazione- e incidendo negativamente sulla qualità della vita all'interno dei penitenziari".
Nel 2011 bisognerà tirare ancora di più la cinghia: le ore di lavoro per i reclusi, infatti, saranno ulteriormente ridotte e per molte persone indigenti verrà a mancare l'unica forma di sostentamento economico. "Capita poi che ci venga chiesta la disponibilità a lavorare per lo stesso monte ore di prima, ma con uno stipendio inferiore" spiega Bruno, detenuto. E talvolta scatta anche l'avvertimento: chi si rifiuta di pulire i pavimenti o di prestare servizio nelle cucine gratis "potrebbe ricevere una relazione comportamentale negativa -aggiunge Bruno-. Che può implicare il rischio di perdere lo sconto di pena".
In questa desolazione, non bisogna dimenticare che la persona reclusa che non lavora, e quindi non può pagarsi la galera con le trattenute per il cosiddetto "mantenimento carcere" (circa 52 euro al mese), riceverà a fine pena il conto da saldare.
Sono, purtroppo, pochissimi anche i detenuti assunti da aziende esterne o soci di cooperative: 2.058 persone (compresi i semiliberi che lavorano fuori dalle carceri) a fronte di una popolazione reclusa che sfiora le 69mila unità. La buona notizia è che in questo settore qualcuno tenta esperienze nuove e creative, con produzioni artigianali di qualità che vengono pubblicizzate sul sito del ministero della Giustizia.
Si stanno diffondendo anche iniziative curiose di scambio tra "il dentro e il fuori", come quella di Fumne: un laboratorio attivo nel carcere di Torino che recupera materiali di scarto (stoffe, borse, abiti, accessori, bijoux) e li rielabora con straordinaria fantasia. "Le donne recluse hanno una manualità che spesso noi donne libere abbiamo perso -spiega Monica Gallo, responsabile del laboratorio-. Per questo organizzeremo durante i fine settimana dei corsi in carcere, dove le detenute diventeranno docenti".
A cura di Ristretti orizzonti










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