"Sorrido mentre attraverso il ponte che mi porta a Venezia. Io e mio marito siamo di nuovo qui, dopo 26 anni. Allora c'eravamo venuti frettolosamente per lavoro e forse per questo non c'era piaciuta molto. C'eravamo promessi di tornarci con più calma. Ci siamo tornati, con occhi e cuore diversi. Ho tra le mani un biglietto costoso, come costoso è il parcheggio dove abbiamo lasciato l'auto, senza contare l'autostrada e la benzina. Meno male che il pranzo ce lo siamo portati da casa.
Dovremo informarci se c'è qualche formula più economica per il traghetto. Magari poi, ottimizzando i tempi, riusciremo a pagare meno il parcheggio. Al massimo salteremo qualche sabato, ci diciamo, ma subito ci guardiamo negli occhi: scherzi? E chi ci riesce? Abbiamo solo lei. Sorrido mentre intravedo la Giudecca. Così anche stamattina, come ogni sabato da quattro anni a questa parte, consegneremo i nostri documenti di identità a chi ci permetterà di vedere, abbracciare, ascoltare nostra figlia per un'ora".
Marina è una mamma che ha trovato il coraggio di raccontare, in una lettera indirizzata alla redazione di Ristretti orizzonti, i disagi che affronta per stare accanto alla figlia, trasferita da poco nel penitenziario veneziano dell'isola della Giudecca. Nella sua vita, all'improvviso, hanno fatto la loro comparsa lunghi viaggi, pazienti attese al cancello del carcere, perquisizioni e umiliazioni. Situazioni che condivide con migliaia di genitori, figli, fratelli e mogli. Persone comuni che vedono la propria vita stravolgersi dall'oggi al domani a seguito della condanna inflitta a un parente, a una persona amata.
"Sono una dei tanti familiari che hanno il coraggio di farsi vedere, la costanza e la possibilità di affrontare brevi o lunghi tragitti per raggiungere città a volte sconosciute, la forza e l'orgoglio di continuare ad amare una persona cara, a qualunque costo", spiega la donna.
Di solito i parenti che riescono a trovare spazio nei mass media sono quelli a cui muore un figlio all'interno della galera, per suicidio, per malasanità, per incuria di chi doveva custodirlo. Marina rappresenta invece quella massa invisibile e silenziosa che, malgrado le tante difficoltà, cerca di non mollare, di "resistere" alla galera per amore dei figli. Padri e madri che, come lei, quotidianamente "lottano per far uscire dal carcere una persona migliore".










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