Ristretti orizzonti
Paziente o simulatore?
Il rapporto tra medico e malato diventa ancora più delicato se di mezzo ci sono le sbarre (e i pregiudizi) di un carcere.

Ci sono voluti dieci anni per portare a termine la riforma della sanità penitenziaria. E solo dal 2008 detenuti e liberi cittadini godono di pari diritti per quanto riguarda la tutela della salute. A rendere lungo e complesso questo processo, è stato soprattutto il passaggio di competenze dal ministero della Giustizia al Sistema sanitario nazionale.

Purtroppo però, ci sono ancora tanti problemi da risolvere. Diverse Regioni, per esempio, non hanno le competenze necessarie per operare in una realtà delicata come il carcere: servono con urgenza formazione adeguata e strumenti di controllo efficaci. Chi si trova dietro le sbarre, inoltre, deve avere la possibilità di agire concretamente per non restare in balia di un sistema dove, spesso, la prima preoccupazione medica è che il detenuto simuli un malore. Il rapporto medico-detenuto deve cambiare radicalmente e la persona reclusa deve essere considerata un paziente a tutti gli effetti.

"Chi controlla l'operato dei medici, quando ci accusano di simulare e ci fanno aspettare mesi per un esame o una visita specialistica? -chiede Maurizio Bertani, recluso nel carcere di Padova-. Noi non abbiamo un referente a cui rivolgerci". Per questo motivo, sarebbe importante avere la possibilità di presentare reclamo a un Garante che, a sua volta, possa inoltrare richieste di chiarimenti e sollecitare le autorità competenti: l'azienda sanitaria, la direzione dell'istituto, il magistrato di sorveglianza.
Oggi, purtroppo, questo non accade. "Il detenuto ammalato non sa con chi parlare quando non gli vengono assicurate le cure di cui necessita -prosegue Maurizio- e resta spesso schiacciato da un sistema che non gli crede e non gli dà ascolto". Come è successo, racconta "a un uomo che lamentava dolori alla testa insopportabili, e che era stato etichettato come simulatore. Alla fine hanno dovuto ricoverarlo in ospedale e gli è stato diagnosticato un tumore al cervello".

In questa situazione, i detenuti malati potrebbero trovare un inatteso alleato nella direzione del carcere. Con la riforma della sanità penitenziaria, infatti, i medici non sono più alle dipendenze del ministero della Giustizia "ed è l'Azienda sanitaria locale a dover tutelare la salute dei detenuti -spiega Maurizio-. Ma la responsabilità della vita dell'individuo recluso ricade anche sulla direzione del carcere in cui si trova". Per questo motivo "se riscontra poca attenzione, ritardi e incuria da parte dei medici -conclude-, dovrebbe essere la direzione stessa a sporgere denuncia".

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