Alì è tunisino, tossicodipendente e ha sulle spalle una condanna a nove anni e cinque mesi per detenzione e spaccio di droga. Finora ne ha scontati tre. Vale la pena dare questi numeri, per capire il piccolo "miracolo" che è appena accaduto: Alì ha ottenuto dal magistrato l'affidamento in comunità. Un miracolo doppio, perché è un immigrato (e la legge, in molti casi, non è uguale per tutti) e perché un giudice finalmente ha deciso di applicare quel che c'è di buono nella legge Fini-Giovanardi: l'opportunità di concedere misure alternative, come l'affidamento, a persone che hanno problemi di dipendenza.
"Mi sono drogato per ben 12 anni -racconta Alì- e la droga ha solo causato disastri nella mia vita, a cominciare dalla mia famiglia. Mi moglie, per colpa mia, è stata condannata a sei anni di carcere e ora, dopo una lunga riflessione, mi ha chiesto il divorzio. Non posso biasimarla, anche se dentro di me non volevo questa separazione". Troppe le bugie dette in passato e troppo difficile adesso raccontare la fatica e la verità di un cambiamento. "Non ho più nemmeno il coraggio di dirle che ho chiuso con la droga e che mi sento una persona forte e consapevole dei miei errori", spiega.
Per Alì il percorso è stato graduale: dopo i primi momenti di chiusura e di ripiegamento su di sé, all'inizio della detenzione ha provato ad analizzare i suoi comportamenti e le loro conseguenze. "Ovunque mi girassi a guardare, intorno a me vedevo terra bruciata, cenere e nessun appiglio a cui aggrapparmi". Anche incontrare la figlia era diventato un peso. "L'avevo lasciata che era nella culla e non volevo abbracciarla in un luogo squallido come il carcere. Per questo non ho mai chiesto agli assistenti sociali di organizzare un colloquio con lei -ammette Alì-. Non volevo che le restassero in mente questi spazi soffocanti, le mura, i cancelli, gli agenti. Sì, perché se sono traumatizzanti per me, figuriamoci per una bambina di appena tre anni".
È bello pensare che ora Alì potrà incontrare sua figlia in un luogo un po' più umano. In comunità e non dietro le sbarre. Mentre il suo cammino potrà continuare, accanto a persone capaci di sostenerlo e di accompagnarlo "fuori" da questo tunnel. "La mia storia mi ha portato a capire quanto sia misterioso l'essere umano e quanta forza abbia in sé -conclude Alì-. Lo sforzo per me in questo momento è quello di riconoscerla e usarla correttamente: per questo non smetto di ripetermi che forse si può recuperare e arrivare a vivere in modo sereno. Sotto le ceneri possono nascere anche dei germogli di fiori rari".










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