Ristretti orizzonti
Miglioratori del peggio
Chiamare i cellulari, aumentare le visite, non essere trasferiti lontano. I desideri dei detenuti. E dei loro familiari.

Sovraffollate, caotiche, "illegali": le nostre carceri sono così come le ha definite lo stesso Guardasigilli, Angelino Alfano. Eppure potrebbero bastare alcuni piccoli accorgimenti per rendere più umane le condizioni di vita di chi si trova dietro le sbarre, per prevenire i suicidi e, soprattutto, per rendere la pena più sopportabile per i familiari dei detenuti. "Non chiediamo trattamenti di favore per noi, ma diminuire i disagi e le sofferenze che i nostri cari devono affrontare per venirci a trovare", ha detto Antonio parlando di fronte alle oltre 500 persone che, lo scorso 21 maggio, hanno partecipato al convegno "Spezzare la catena del male" organizzato da Ristretti Orizzonti, nel carcere Due Palazzi di Padova. Antonio è un detenuto di origine sarda che ha scontato quasi vent'anni in vari istituti dellapenisola.

Uno dei primi ostacoli da rimuovere è lo "sballamento". Ovvero i trasferimenti di detenuti da un carcere all'altro (spesso per svuotare un penitenziario sovraffollato, ndr), in strutture ben più lontane dei 300 km previsti dalla legge. Spostamenti che talvolta avvengono senza tenere conto dei percorsi di istruzione, formazione o lavoro in cui sono coinvolti i detenuti, all'insaputa delle famiglie e senza rispettare il principio della territorialità della pena. "I nostri familiari sono vittime di cui non si parla quasi mai -aggiunge Antonio-. La mia famiglia deve affrontare un viaggio di 150 km solo per raggiungere l'aeroporto da casa -racconta- e in alcune galere bisogna arrivare alle cinque del mattino perché iniziano a distribuire i bigliettini".

Mantenere gli affetti e i legami con i propri cari, per chi già soffre la privazione della libertà, è ancora più importante. Per questo, durante il convegno, i detenuti hanno chiesto che siano aumentate le ore di colloquio (da sei a otto al mese), migliorando i locali adibiti agli incontri. "Non ti puoi scambiare un bacio, un gesto d'affetto -dice Katia, compagna di un detenuto-. Io e mia figlia avremmo bisogno di una parola di conforto, invece per noi ci sono solo perquisizioni e umiliazioni".

Altro tasto dolente: le telefonate. Per sentire la voce dei familiari, spesso, occorre un lungo iter burocratico fatto di "domandine" e attese inutili. Senza considerare che, fino a poco tempo fa, era vietato chiamare i cellulari. Finalmente Sergej, dopo anni, ha così sentito sua madre: nessuno in famiglia aveva un telefono fisso. "L'introduzione di un sistema di schede prepagate consentirebbe di ridurre queste lungaggini -spiega Ornella Favero, direttore di Ristretti Orizzonti-. Inoltre si potrebbe concedere più tempo: mantenere i contatti con i familiari, quando si sta male, potrebbe costituire una forma di prevenzione dei suicidi".

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