Ristretti orizzonti
Ricovero coatto
Un colloquio con lo psichiatra e trenta giorni di manicomio. La testimonianza di un detenuto "normale" internato in un ospedale psichiatrico giudiziario.

Negli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg, che Terre di mezzo ha raccontato nell'inchiesta del numero di aprile, ndr) ci si può finire per diversi motivi, anche trasferiti da un carcere  cosidetto "normale": perché si soffre di disturbi psichici o, semplicemente, perché si è dato in escandescenze. Quando ti mandano lì, di solito, è per periodi di osservazione della durata massima di un mese, durante i quali il personale dovrebbe aiutare il ricoverato a ritrovare il proprio equilibrio psico-fisico. Ma non è sempre così.
L'ho scoperto sulla mia pelle. E non una volta soltanto. Sono stato infatti trasferito in un Opg per ben tre volte. Il motivo? Comportamenti violenti nei confronti dei compagni di cella. Erano i primi mesi di carcerazione e non accettavo il fatto che avrei dovuto passare i successivi vent'anni della mia vita in galera.
Vista la situazione, riuscii a ottenere un colloquio con lo psichiatra. Gli parlai del mio stato d'animo e di alcuni incubi ricorrenti; al termine della seduta, mi ritrovai in mano la prescrizione di un ricovero in Opg per un periodo di osservazione

Appena arrivato mi misero in una cella doppia. Dopo aver trascorso i primi giorni sereni, ebbi una discussione piuttosto animata con il mio compagno di cella. Arrivarono gli agenti e mi legarono per cinque giorni a un letto di contenzione: mi denudarono completamente, mi inserirono un catetere per espletare i miei bisogni fisiologici e mi lasciarono solo in una cella spoglia. 
Furono cinque giorni d'inferno, durante i quali mi vennero somministrati farmaci fortissimi, che mi impedirono per un lungo periodo di parlare e camminare normalmente. Tutto questo per impedire che la quiete del posto fosse in qualche modo disturbata. Ma in quel luogo rimasti ancor più colpito dalla facilità con cui si ricorreva alla forza anche per sedare comportamenti non particolarmente aggressivi. In particolare fui testimone di un pestaggio ai danni di un ospite della struttura che aveva disturbi di natura schizofrenica, e molto spesso litigava con un compagno di cella immaginario. Per il solo fatto di aver buttato della pasta in corridoio, in seguito a una segnalazione dei sanitari, venne accompagnato a suon di calci e pugni fino al letto di contenzione e lì legato. La violenza usata era tale che il poveretto cercava, come poteva, di proteggersi dai colpi che gli arrivavano da ogni parte, mentre le sue urla servivano da monito fin troppo chiaro a chi, come lui, pensava di trasgredire le regole.
Per fortuna sono rimasto nell'Opg solo trenta giorni. Ne sono uscito però con un brutto ricordo: sì, perché in quel luogo spesso la legalità è infranta proprio da chi ne dovrebbe essere il baluardo.   

 

 

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