Quando, una decina d’anni fa, si parlò di introdurre le “stanze dell’affettività” per le persone detenute, cioè la possibilità di lunghi colloqui con i propri cari e senza controllo visivo, come avviene in tantissimi Paesi al mondo, molti giornali le definirono “celle a luci rosse”. E non se ne fece niente. Oggi, in carceri dove si vive in condizioni disperate, bisogna comunque tenere alta l’attenzione sui diritti delle persone private della libertà. Fra questi, anche quello a non perdere gli affetti. La testimonianza di un detenuto della redazione di Ristretti, Marino Occhipinti, aiuta a capire quanto sia importante.
“Il sottosegretario alla Giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati ha recentemente espresso parere favorevole ai colloqui intimi per i carcerati e le loro compagne. Io, ogni volta che ho provato a immaginarmi in ‘intimità’, non ho mai pensato alla sola possibilità del ‘fare sesso’ per soddisfare necessità fisiologiche, che pure è naturale ci siano, ma ho sempre immaginato un’intimità assolutamente diversa.
Se potessi ‘ripulire’ alcune fasi della mia vita, una delle prime cose che cercherei di cancellare dalla mente dei miei cari sarebbero gli angoscianti colloqui ai quali li ho sottoposti in questi 15 anni. Ho ancora impresso nella memoria il ricordo delle prime volte in cui sono entrati in carcere: io da una parte di un bancone di marmo largo quasi un metro, loro dall’altra.
Non potrò mai dimenticare i pianti di mia madre e mio padre, né le manine delle mie figlie -di tre e sei anni- che a fatica riuscivano a sfiorare le mie dita. E quando qualche agente fingeva di ‘distrarsi’ loro riuscivano a cogliere al volo quella opportunità per saltare dalla mia parte. La più grande, dopo essermi piombata tra le braccia, chiudeva gli occhi e cadeva in un sonno improvviso che ci consentiva di unire per qualche istante i nostri cuori e il nostro respiro.
Nonostante oggi le sale colloqui siano diventate più accoglienti, le mie figlie non sono riuscite ad affievolire il doloroso ricordo dei primi disperati incontri. Una sofferenza che si sarebbe potuta evitare –almeno a loro, che non hanno fatto nulla di male– se ci fossero state le stanze dell’affettività, un luogo dove vivere qualche momento di normalità”.











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