“Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere” è un progetto nato cinque anni fa nella redazione di Ristretti Orizzonti, in collaborazione con l’associazione Granello di senape, il Comune di Padova e la Casa di reclusione Due palazzi. Allora coinvolgeva 10 classi delle scuole medie inferiori (solo la terza) e superiori di Padova e provincia. Un piccolo seme, destinato a crescere. Lo scorso anno scolastico hanno partecipato al progetto 87 classi: più di 1.200 studenti, in compagnia dei propri insegnanti, hanno così varcato la soglia del Due palazzi, in oltre 2mila hanno “assaggiato” la realtà del carcere, incontrando tra i banchi detenuti in permesso, agenti della polizia penitenziaria, docenti di Diritto penale e magistrati di sorveglianza. E anche i confini si sono allargati: Treviso, Verona, Rovigo e dintorni. Tante occasioni preziose per dare ai ragazzi un’idea diversa dei comportamenti a rischio, di come le vite a volte “deragliano”, del senso della pena, della vita “dentro” e della fatica di rientrare in società. Un cammino ricco e straordinario, come raccontano tre suoi protagonisti: una studentessa, un’insegnante e un detenuto. “Avevo un’idea pessima dei detenuti ed ero convinta che i percorsi di rieducazione fossero solo uno spreco di soldi -racconta Denise, 17 anni-. Entrando in carcere, ho capito che non è così: queste persone hanno sbagliato, ma è proprio per evitare che ricommettano lo stesso crimine che vanno aiutate. Non devono sentirsi vittime, ma capire i propri errori e poter iniziare una nuova vita”. Anche Giuliana De Cecchi, professoressa di Lettere, non ha dubbi: la visita in carcere ha aperto la mente dei suoi alunni. “Si sono confrontati con la normalità dei detenuti, e hanno ascoltato le loro storie di vita quotidiana, seppure di una quotidianità ‘inceppata’. Così hanno scoperto che anche la loro vita potrebbe incepparsi, perché tutti abbiamo lati oscuri che magari mai abbiamo sondare. Aver compreso la complessità della nostra psiche a 16 o 17 anni è davvero un bel traguardo”. Marino Occhipinti racconta invece il suo punto di vista, quello di un detenuto: “Il confronto con gli studenti mi mette completamente a nudo, e mi fa percepire ancor di più il senso delle mie responsabilità. Ho commesso reati per i quali non esiste alcun rimedio concreto, non posso riscrivere alcune fasi della mia vita che io stesso detesto, ma impegnarmi nel progetto con le scuole, in cui credo fermamente, e mettere a disposizione la mia testimonianza rappresenta un modo, anzi il modo, che mi consente di dare ancora un minimo di senso alla mia esistenza”.











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