"Non lavorare stanca”: è una frase che a un cittadino “normale”, abituato a tornare a casa alla sera sfiancato dal lavoro, suonerà senz’altro strana. Eppure, per chi sta in carcere, la situazione è esattamente questa: solo un detenuto su quattro è coinvolto in un’attività, per gli altri c’è solo noia, apatia e dipendenza economica dalle famiglie, spesso già oberate da infinite altre difficoltà. Su circa 13mila detenuti che lavorano, solo 1.800 hanno un impiego con imprese o cooperative esterne (dati al 31 dicembre 2008). Tutti gli altri svolgono mansioni “domestiche”: portavitto, cucinieri, spesini (consegnano i generi che si possono acquistare all’esterno), scopini (puliscono le parti comuni) e, infine, gli addetti alla manutenzione, al magazzino e alla lavanderia. Bisognerebbe invece portare nelle carceri nuove attività e dar modo alle persone di ritrovare la dignità in un’occupazione che possa tornare utile una volta scontata la pena.
“All’inizio mi interessava lavorare per non stare in branda a guardare il soffitto -racconta Marino Occhipinti-, ma anche per guadagnare due soldi e non dipendere come un bambino, alla soglia dei 40 anni, da qualche mio familiare. È emersa poi la voglia di dimostrare, a chi mi aveva ridato un briciolo di fiducia, che sono ancora in grado di fare qualcosa di positivo. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, l’apertura di credito di persone disposte a puntare su di me ha avuto un effetto spiazzante: anziché alleviare l’insostenibile peso della mia coscienza mi ha fatto sentire, ancora più prepotentemente, tutto l’affanno dei miei errori”.
Il lavoro aiuta a cambiare. “Sono albanese, in galera da 12 anni, e sono stato destinato alla pasticceria ‘Il buon ladrone’ del carcere -aggiunge Altin D.-. Ho imparato che si possono raggiungere grandi soddisfazioni anche senza scegliere il guadagno facile. Nessuna somma di denaro riuscirebbe a darmi la gioia che provo quando riesco a svolgere bene il mio compito. Questo è, credo, il senso della pena: se ci viene offerta qualche opportunità è possibile un nostro profondo cambiamento”.
È importante che i detenuti abbiano una prospettiva. “Dopo nove mesi di tirocinio sono stato assunto con un vero e proprio contratto -dice soddisfatto Elvin Pupi-. Ho imparato un’arte, quella del pasticciere: sono in grado di preparare creme di ogni sorta e crostate che fanno invidia alle ricette della nonna. Il vantaggio è quello di aver davanti una prospettiva: potrebbe esserci infatti la possibilità di continuare al termine della pena. Avere speranza significa molto in un luogo di sofferenza come il carcere. Il lavoro è uno stimolo per fare sempre meglio, per dimostrare che gli errori del passato si possono comprendere”.
TESTO DI Ristretti orizzonti











OKNOtizie
Segnalo
Diggita
Delicious
Facebook
