Invenzioni a due voci
Generazione al fronte
Protagonisti del conflitto israelo-palestinese, i giovani diventano ora fonte d’ispirazione degli intellettuali.

C'è un punto su cui Ron Leshem e Suad Amiry sono pienamente d'accordo: il senso, la forza, il messaggio della letteratura. Per lui, "fare i conti con i fondamentalismi, immaginare di combatterli e cambiare il volto dell'inimicizia, in Israele, è possibile scrivendo, parlando". Per lei, "la cultura è potere ed è molto più forte della politica. Basti pensare al seguito che ha Mahmud Darwish, poeta amatissimo in Palestina". Amiry e Leshem sono i due volti paralleli della letteratura nella terra unita da Dio e divisa dagli uomini. Lui, bello e tenebroso, è il Saviano d'Israele. Lei, donna matura e più che ironica, è lo storyteller arabo per eccellenza, l'hakawati, il raccontatore di aneddoti davanti a un caffè.

Stile asciutto, crudo, slang giovanile che si riversa a pioggia su ogni pagina, Leshem, in "Tredici soldati", racconta la vita di trincea di un gruppo scelto di giovani militari vicino al castello di Beaufort, sulle alture del Libano meridionale, fino al 2000 ultimo avamposto dell'esercito israeliano in terra di Hezbollah. Lei, una scrittura sferzante, brillante, teatrale, ha raggiunto il successo nel 2003 con "Sharon e mia suocera. Se questa è vita". Ma nell'ultimo libro, "Murad Murad", accompagna il viaggio di un gruppetto di ragazzi palestinesi che cercano lavoro oltre il muro, raccontandone i travestimenti, ma anche la paura di essere arrestati o impallinati da una raffica di colpi sparati dai check-point israeliani. Storie di ordinaria separatezza, di guerra e sopravvivenza.

Per Suad, parlare di questo quotidiano che sa di sale, "è necessario". Perché, dice, "i palestinesi sono stati penalizzati dal ruolo dei media: siamo vittime degli stereotipi. Tutti sanno che molti sono pronti a farsi esplodere, ma nessuno sa che nei pochi chilometri che separano Ramallah da Nablus dobbiamo superare 600 check-point o che a Gerusalemme non abbiamo diritto di cittadinanza. Davvero inimmaginabile". Del resto, anche Leshem si scontra ogni giorno con i luoghi comuni, come quello che vorrebbe tutti gli israeliani allineati alle posizioni del governo, o vicini ai gruppi più estremisti che siedono nella Knesset, il parlamento. "Il mio romanzo non è contro la guerra, ma non è nemmeno una celebrazione della guerra dei Trenta giorni contro il Libano -spiega lo scrittore-. E' la storia di chi aveva 18 anni in Israele, nel 2006, e cercava di venirne fuori. E il conflitto è solo un insieme di suoni, odori, emozioni, che fanno da teatro alla pressione psicologica cui sono sottoposti i ragazzi, che vivono a nervi scoperti e non sanno rispondere alla domanda più logica: per cosa siamo stati inviati a morire?".

Leshem e Amiry, in fondo, hanno dato soltanto il "la" a una nuova generazione di intellettuali israelo-palestinesi che invita la comunità internazionale a interrogarsi sulla complessità della storia e della cronaca, e su tutte le ragioni degli altri, siano essi al di qua o al di là del muro. E questo, nonostante "la mancanza di fiducia nella pace distingua la mia generazione da quella precedente -ammette Leshem-. Se intenzione di pacificazione c'è, nasce da iniziative individuali, dalle chiacchiere della notte, in chat: lì scopri che esiste una faccia diversa dell'essere israeliani. Ma allo stesso modo, esistono i fanatici che lavorano per la distruzione dello stato d'Israele. E vanno combattuti".

La Amiry, dopo avere dato voce alle donne, nel primo libro, ha scelto di raccontare i giovani palestinesi, "perché ", adesso anche loro sono più arrabbiati di prima". La storia di Murad e dei suoi personaggi, che ricalcano vicende e vite reali, è specchio di un isolamento sempre maggiore. "I palestinesi non possono vivere la normalità, si ritrovano in una condizione simile all'apartheid sudafricano. Vale anche per l'economia: nei supermercati compriamo prodotti israeliani fatti con i frutti di quelle che erano le nostre terre; terre che continuiamo a coltivare ma che non ci appartengono più. Però li paghiamo tre volte tanto".

Forse una buona ragione per cedere alla rabbia, e per allinearsi alle posizioni politiche di Hamas, che la Amiry non condivide, pur apprezzando la rete sociale messa in piedi dal partito che sa come "sostenere" la popolazione. Anche Ron lo dice: la rabbia c'è e si sente. Ma bisogna andare oltre. "Nei nostri Paesi si vive in un sostanziale disequilibrio mentale: tutti sospettano di tutti, l'ansia ci prende senza distinzioni. Le ultime generazioni non pensano più a soluzioni alternative, e credono che finiranno i loro giorni combattendo e morendo ancora: sono depresse, apatiche. Ma siamo tutti vittime delle orribili mostruosità e degli incubi della nostra storia. Ciascuno di noi dimentica tutto quanto ha amato mentre combatte: perché non è facile svegliarsi al mattino e mettere da parte la paura, e iniziare a credere che qualcosa cambierà. Ma dobbiamo farlo, dobbiamo".

Testo di Laura Silvia Battaglia

Ron Leshem
é nato a Ramat Gan, vicino Tel Aviv, nel 1976. Giornalista, è direttore dei programmi di Channel2 in Israele. Il romanzo "Tredici soldati" (Rizzoli), pubblicato in Israele nel 2005 con il titolo "Se esiste il paradiso" si è aggiudicato il premio letterario Sapir. Il regista Joseph Cedar ne ha tratto il film "Beaufort", che ha vinto l'Orso d'argento al festival di Berlino nel 2007.

Suad Amiry
architetto palestinese, direttrice del Riwaq center for architectural conservation a Ramallah, è nata a Damasco. Diventa scrittrice grazie ai diari redatti durante l'assedio al quartier generale di Arafat nel 2001. Nota per l'opera "Sharon e mia suocera" (2003), ha pubblicato con Feltrinelli, "Se questa è vita", "Niente sesso in città" e "Murad Murad" (2009).

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