Invenzioni a due voci
Le parole degli altri
Silenziose traghettatrici, ci accompagnano a scoprire i romanzi degli autori stranieri. Un viaggio in compagnia di Martina Testa e Silvia Pozzi

Niente gialli svedesi né famiglie americane in subbuglio, saghe iraniane o indiani trapiantati nell'East end londinese. Cosa sarebbero le nostre librerie senza gli autori stranieri? Spesso troppo pigri per cimentarci con libri in lingua originale, dobbiamo tutto a silenziosi ed esperti traghettatori verso altri mondi: i traduttori. Un mestiere di grande responsabilità, e una vera arte. Come spiegano Martina Testa e Silvia Pozzi, che lavorano con due lingue diversissime, l'inglese e il cinese: Martina ha tradotto circa 30 libri per minimum fax, di cui è direttore editoriale, mentre Silvia, tra gli altri, ha tradotto per Feltrinelli uno dei più celebri autori cinesi contemporanei, Yu Hua. 

Silenzioso ma fondamentale: che cosa c'è di bello nel vostro mestiere?
Martina: Non vivo la traduzione come un lavoro creativo né mi sento coautrice di quello che traduco. Il mio obiettivo è capire al 100 per cento il testo: non solo il significato delle parole, ma il ritmo, il suono, le allusioni. Poi cerco di fare da tramite alla maggior quantità possibile di echi e valori. Credo ci siano pochissimi modi, se non uno solo, di tradurre una frase: quando sento di esserci riuscita, è come aver risolto un problema logico-matematico.

Silvia: Anch'io cerco di scomparire, pur sapendo che in fondo ci sono sempre. Mettersi il vestito di traduttrice è come fare un viaggio. Un viaggio più profondo, più sotterraneo della semplice lettura: come essere catturati e posseduti dall'opera in modo quasi doloroso.

Il libro di cui siete più orgogliose?
Martina: Sicuramente "La ragazza dai capelli strani" di David Foster Wallace, perché è anche la cosa più difficile che abbia mai fatto. Ma è un capolavoro. La sintassi era complicatissima, con termini tecnici, neologismi e parole in slang. Spesso era quasi impossibile capire cosa stesse dicendo. 

Silvia: Quello per cui ho fatto più fatica, "Brothers", mi ha dato anche più soddisfazione. Un grande romanzo, di una grande casa editrice: avevo paura di non essere all'altezza. 

Quali sono le difficoltà della traduzione dalle "vostre" lingue?
Martina: L'inglese è molto più conciso dell'italiano, e spesso il testo tradotto diventa più lungo del 20 per cento rispetto all'originale. Così a volte si è costretti a usare perifrasi e la scrittura diventa meno incisiva.

Silvia: L'immaginario che sta dietro a un libro cinese è spesso ignoto al lettore italiano, da nomi di piante comuni che per noi sono esotiche, a proverbi che rischiano di perdersi nella traduzione. E poi il cinese è davvero una lingua "altra", basti pensare che tutti i verbi sono all'infinito: un vero delirio. Ogni traduzione è approssimativa, anche perché l'ideogramma ha di per sè un forte potere evocativo. 

È importante intrattenere rapporti costanti con gli scrittori? 
Martina: È impagabile. Ho parlato con molti degli scrittori durante la traduzione, da Joanthan Lethem a Colson Whitehead, allo stesso Wallace, che non aveva la mail. Così mandavo un fax con le domande alla sua agente. Lui rispondeva sempre con lunghissime "tirate" sull'impossibilità di tradurre i suoi lavori in un'altra lingua. Ma poi rispondeva a ogni singola domanda

Silvia: Sì, per non tradire le intenzioni dell'autore. Un esempio: in "Brothers" Yu Hua fa spesso riferimento al fondoschiena, che però in cinese si dice in un modo solo. Io volevo usare parole diverse a seconda del contesto e ho chiesto se era d'accordo, spiegandogli le sfumature dei diversi "sederi" in italiano. Lui, ridendo, mi ha detto che il traduttore francese e inglese avevano avuto lo stesso dubbio

Consigli ad aspiranti traduttori?
Martina: Non essere un dispositivo passivo nel convertire il testo da una lingua all'altra, ma diventare un vero mediatore culturale.

Silvia: Leggere tanto, andare a caccia delle parole, assorbirne il più possibile per poi averle a disposizione quando si traduce. E studiare le traduzioni fatte da altri: faticoso ma utilissimo.

La prossima traduzione?
Martina: Un libro di saggi di Zadie Smith (una delle giovani scrittrici inglesi di maggiore talento, autrice, tra gli altri, di "Denti bianchi", ndr). È bravissima: ha lo sguardo lucido, l'autorevolezza di una sessantenne e la brillantezza di una trentenne. Purtroppo, ahimè, è un libro difficilissimo.

Silvia: Un testo complicato, scritto sia in cinese contemporaneo che classico, ma preferisco non parlarne, per scaramanzia. 

Sogni: chi vorresti tradurre?
Martina: Dave Eggers, che stimo anche come intellettuale e animatore culturale. Poi ovviamente Philip Roth e Paul Auster, ma anche Jonathan Franzen. Il problema è che scrivono romanzi lunghissimi e io ho poco tempo.

Silvia: Lu Xun, padre della letteratura cinese moderna. Con una scrittura apparentemente essenziale e frammentaria, è stato capace di creare una letteratura eterna e sempre attuale

Che cosa si perde non leggendo un libro in lingua originale?
Martina: Nessun dubbio: è meglio leggere in lingua originale. La traduzione è sempre un ripiego.

Silvia: Vedere le pagine piene di ideogrammi: una festa per gli occhi. 

TESTO DI MICHELA GELATI

 

Martina Testa
Nata a Roma nel 1975, è ora direttore editoriale di minimum fax. Ha tradotto una quarantina di libri dall’inglese americano, per la sua e altre case editrici. Tra gli autori su cui ha lavorato: David Foster Wallace e Cormac McCarthy, di cui ha tradotto per Einaudi “La strada” (Premio Pulitzer 2008) e “Non è un paese per vecchi”.

Silvia Pozzi
Milanese, classe 1973, ai dilemmi adolescenziali ha pensato di rispondere guardando verso altre culture. Dopo la laurea in Lingue orientali a Napoli, ha vissuto tre anni in Cina. Tra gli altri, ha tradotto per Feltrinelli i romanzi di Yu Hua, “Brothers” e “Arricchirsi è glorioso”, e per Halley “La panca nel loggiato” di Lin Bai, femminista cinese.

 

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