Invenzioni a due voci
Srebrenica dimenticata
Un colpo di spugna ha rimosso i giorni del massacro. L'Europa volta la testa mentre in Bosnia riappare il fondamentalismo.

"I giorni della vergogna sono stati dimenticati". La pensano allo stesso modo Pedrag Matvejevic e Luca Leone, a distanza di 14 anni dal massacro più grave in Europa dopo l’Olocausto, consumatosi nel luglio del ’95, durante la guerra di Bosnia.

Dire questo ha il suo peso, perché il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia lo ha definito un "genocidio", e l’Unione europea ha istituito l’11 luglio una giornata di commemorazione per le vittime di Srebrenica. Inoltre, siamo in prossimità di un altro anniversario: il 21 novembre 1995, quando Slobodan Milosevic, Alija Izetbegovic e Franjo Tudjman, raggiunsero un accordo a Dayton, cittadina dell’Ohio, dopo tre settimane di estenuanti trattative. Accordo che portò alla firma della pace a Parigi il 14 dicembre.

Luca Leone, saggista, autore per Infinito edizioni di "Srebrenica. I giorni della vergogna", pubblicato in prima edizione nel 2005, e in seconda nel 2007, è stato più volte in questa città martoriata dalle truppe paramilitari serbo-bosniache di Ratko Mladic. E ha visto e conosciuto le figlie, le madri, le vedove, le donne che lottano affinché il massacro dei loro padri, figli, mariti, fratelli non venga cancellato con un colpo di spugna. "Di questa pagina nera della nostra storia, a parte la commemorazione che assolve a una dolorosa necessità, l’Europa dei grandi imprenditori, dei politici, dei giornalisti se n’è dimenticata -ammette Luca Leone-. Ma non l’Europa delle persone. In tutti i Paesi europei sono nate associazioni per aiutare le vedove, i bambini. Ci sono cittadini comuni che fanno venti viaggi l’anno per portare il necessario a queste persone, dal cibo all’assistenza psicologica".

Un mondo sottotraccia, quello delle Ong e delle associazioni umanitarie, con cui però l’Europa si salva la faccia. Di quella vicenda tragica, in cui morirono 8mila uomini e ragazzi bosniaci (o bosniacchi) per mano delle truppe serbe, colpisce che in un’area di sicurezza controllata da Forze di protezione delle Nazioni Unite (l’Unprofor) i caschi blu olandesi presenti non poterono far nulla per prevenire il massacro. Questo anche perché le Risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, fino a quel momento votate, non davano loro mezzi e autorizzazione ad agire.

"Ma più che la strage, ciò che è stato cancellato –sottolinea Luca Leone– è il dopoguerra. Finita la guerra, la guerra continua". Vale a dire che le madri e le mogli vivono accanto ai carnefici dei loro uomini, che i bambini nati dallo stupro etnico ci sono e sono molti, che ancora non si riescono a identificare i resti dei corpi delle vittime e che, in questa terra, si fa anche il conto con l’inquinamento dovuto all’uso delle armi all’uranio impoverito. "Bosniacchi e serbi non si parlano più tra loro", avverte Leone. E, a livello istituzionale, nessuno fa nulla, "tutto è affidato alla buona volontà dei singoli". Del resto, non è un segreto che il generale Ratko Mladic, sulla cui testa pende un mandato di cattura del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, firmato da Ue e Usa, e definito "criminale di guerra", sia ancora latitante e che si sia riparato in Serbia con la complicità delle autorità locali.

Pedrag Matvejevic, europeista, padre nato a Odessa ma di etnia russa, madre croata, riflette da anni sul perché la Jugoslavia sia stata la polveriera del Mediterraneo e mette in guardia dal fatto che ciò possa accadere ancora: "La Jugoslavia è il luogo dove tanti cambiamenti sono avvenuti prima: aveva già rotto con Stalin, prima di quanto fecero altri Paesi balcanici -ricorda-. Per questo la sua inclusione poteva essere utilizzata meglio e di più in funzione paneuropea. Ma questa regione è stata sempre trascurata. I nazionalismi poi non sono stati tenuti in considerazione neppure quando è caduto il Muro di Berlino perché l’Europa aveva problemi più gravi a cui pensare: il sostegno alla politica di Gorbaciov e la corsa al disarmo nucleare".

Il rischio è che questa trascuratezza si ripeta. "Dopo Srebrenica ci sono segnali preoccupanti –aggiunge Matvejevic–. Nessuno di questi popoli coinvolti vuole guardarsi allo specchio e riconoscere i propri torti per ricominciare. I nazionalisti serbi non contano più le vittime, i croati non si sono interrogati sul genocidio. È un meccanismo molto rischioso, non era successo nemmeno ai tedeschi con l’Olocausto".

Luca Leone ha potuto verificare la terribile realtà del Komemorativni Centar di Tuzla, con i suoi 5mila sacchi di ossa "che raccontano l’orrore" (molti non identificati, ndr) e dove le madri riconoscono i figli morti dalla forma dei denti canini.

Così la memoria delle vittime è rinata come desiderio di rivalsa, in forme mai viste prima. Matvejevic: "Le popolazioni musulmane qui sono sempre state molto moderate, perché l’impero ottomano non riuscì mai a opporre drasticamente persone di fedi religiose diverse. Ma mai sono comparse tante moschee come oggi e mai, meglio di oggi, attecchisce il fondamentalismo dei Paesi asiatici fortemente islamizzati". Come dire che una nuova Srebrenica, Dio non voglia, è di nuovo possibile.

TESTO DI Laura Silvia Battaglia

Luca Leone

Giornalista e saggista, è nato nel 1970 ad Albano Laziale (Roma). Tra i suoi lavori, "Infanzia negata. Piccoli schiavi nel pianeta globale" (Prospettiva 2003), il poema "Il prode Ildebrando e la bella Beotonta" (Infinito 2005) e "Srebrenica. I giorni della vergogna" (Infinito 2005). È co-fondatore e direttore della casa editrice Infinito edizioni.

Pedrag Matvejevic

Nato a Mostar nel 1932, padre russo e madre croata della Bosnia-Erzegovina. Professore all’Università di Zagabria e alla Sorbona a Parigi, ha insegnato a la Sapienza di Roma. Ora vive a Zagabria, in Croazia. Nel 2000 ha ricevuto un incarico dall’Alto commisariato dell’Onu per i territori della ex-Jugoslavia.

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