A vederlo sembra il solito trentenne “belloccio” senza arte né parte. Capelli lunghi, parola pronta, camper anni ’80 costellato di adesivi. Ma Andrea Zuin (nella foto), 32 anni trevisano, l’Italia l’attraversa con le idee ben chiare: registrare la musica tradizionale del Belpaese e quella delle sue minoranze etniche. “Partire da Trento e arrivare a Palermo, passando per Cagliari”. Mani sul volante, racconta così il Cammino della musica (lo potete seguire sul blog ilcamminodellamusica.it). “Viaggio con l’idea di toccare punti ‘cardinali’ musicali, dallo Jodel trentino fino alla Tarantella calabrese, dalle ghironde delle valli occitane, estremo ovest del Piemonte, al loro opposto, il Friuli del violino resiano”.
Fino al 13 febbraio scorso, Andrea non era un camperista, ma un musicista di “accademia”. Diplomato in chitarra classica (la stessa che ora riposa sul letto sopra la sua testa), laureato in Lettere moderne alla Ca’ Foscari di Venezia, questo mestiere se lo è inventato. “Di ricerche antropologiche sulla musica tradizionale ne sono state fatte a bizzeffe dai musicologi, il mio è un reportage: più che giudicare voglio raccontare -spiega interrotto dalla voce onnipresente del navigatore-. La mia è una ricerca umana che avviene attraverso la musica, il linguaggio che mi è più familiare”.
Quando il camper si ferma, comincia il suo lavoro. Novi, Modena: è il primo maggio e siamo ospiti a casa di una mondina. Al tavolo con noi altre 20 signore, età media intorno ai sessant’anni. Andrea si presenta e si siede. Dalle tagliatelle al dolce si lascia trasportare dalla conversazione. Con il caffè si fa silenzioso. Le mondine intonano il primo di una serie di canti che si interromperanno quasi cinque ore dopo. Ognivolta che lo osservo ha in mano uno strumento diverso: registratore, telecamera, macchina fotografica si alternano tra le sue mani, senza disturbare. “È un’attenzione che ho imparato ad avere –mi spiegherà, una volta soli-. Se metti il microfono sotto il mento dell’intervistato, le parole gli usciranno filtrate. Una barriera, tra lui e me. Cerco allora di farlo dimenticare, per poi regalargli il materiale al momento dei saluti”. Il pomeriggio nelle campagne emiliane è solo il primo in compagnia delle mondine. Per raccogliere testimonianze e sonorità ci vuole tempo, e parecchia energia -“altrimenti sei fottuto”-: osservare, registrare informazioni e suggestioni, ma soprattutto entrare nell’intimità da cui nascono quelle note.
“La musica tradizionale prende corpo dalle sofferenze, pensa alla pizzica tanto di moda oggi: racconta la frustrazione della donna. In altri casi le radici sono nella festa. Ma le motivazioni, sempre intime”. Ed è per questo che preferisce viaggiare da solo, lui e il suo camper. A fine giornata il tutto finisce sul blog. Ma scordatevi di trovarci filmati da museo. La musica tradizionale, per Andrea, è qualcosa di vivo che si trasforma con i musicisti e negli anni, rivestita ogni volta di significati attuali e che mostra un’Italia inaspettata. Come a Faenza. “Nel pollaio Roberto Bucci mi indicava i pulcini uno per uno –racconta-, poi ha detto ‘andiamo a suonare’. E lì si è trasformato: seduto su una panchina è diventato il sacerdote di una liturgia fatta di danza”. Oppure a Resia (Ud), per il carnevale, dove la musica di matrice slovena e il suono ipnotico di cïtira, (sorta di violino), bünkula (violoncello) e il battito del piede accompagnano i balli per la distruzione del Babac, un fantoccio. O a Cegni (Pv), dove piffero e fisarmonica invadono gli Appennini. A chi gli diceva, “l’Italia la girerai in un mese”, Andrea risponde che la nostra terra “è piccola, ma densa di tradizioni”. Il cammino della musica prosegue almeno fino a settembre, quando inizia un periodo “morto”.
Tutto bello, ma i soldi chi ce li mette? “Finora nessuno, ci sono però gli sponsor tecnici per camper, internet, telefono e pc. Qualcuno ci mette la birra (una ditta argentina, ndr) e io il gasolio”. Per non rimanere a secco e farsi conoscere Andrea porta in giro uno spettacolo “Dal tango alla musica caraibica”, dove racconta un viaggio analogo, in America Latina nel 2007. Allora si presentava come “uomo del governo”, dal momento che il presidente venezuelano Chavez si era appassionato alla sua ricerca e l’aveva finanziato con 1.500 dollari. “So che questo è il momento sbagliato a livello economico, ma non per i valori che il cammino sta mostrando: l’importanza di condivisione e trasmissione dei saperi per superare le difficoltà”.
Elena Parasiliti
da Terre di mezzo n.003_Giugno 09











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