Le storie
Compagni sbullonatori
Uno su cinque subisce le angherie senza aprire bocca, magari sotto gli occhi dei compagni, che reagiscono nei modi più diversi. Il bullismo invece si combatte con la forza dell'amicizia.

Marco è un ragazzo tranquillo. Suona il violino, gli piace studiare, da grande vorrebbe fare il musicista. Nel tempo libero cammina sui parapetti lungo il Tevere o si arrampica sulle piramidi di corde al parco giochi, alla ricerca di un equilibrio tutto suo. All’ultimo anno di liceo, Marco si ritrova a cambiare scuola, ma insieme a tre nuovi amici, trova subito una brutta sorpresa: Miki, il duro della classe, lo prende di mira per la sua bravura ma soprattutto per la simpatia che nasce tra lui ed Elisa. Sarà l’inizio di una sfida lunga un anno, in cui Marco dovrà misurarsi con le prepotenze del bullo,
ma anche con le proprie debolezze.

È la storia di “Nient’altro che noi!”, un fi lm che tratta con delicatezza, ma senza maschere, il tema del bullismo. Una pratica odiosa che va ben oltre la canzonatura isolata e che si confi gura quando minacce, percosse, provocazioni e vessazioni (nei casi più gravi anche furti e violenze), diventano atti ripetuti verso una persona non in grado di difendersi. Premiata al festival del Cinema di Salerno, la pellicola è stata proiettata in 200 scuole italiane davanti a migliaia di studenti e, da metà aprile, è nei cinema di Torino, Roma, Firenze, Bari e di altre città (nientaltrochenoifilm.weebly.com). Una storia fresca, con un messaggio da lanciare: l’unione fa la forza.

“Se si rimane isolati è più difficile contrastare il bullismo -spiega il regista Angelo Antonucci, 38 anni, romano d’adozione- e bisogna avere la forza di denunciare subito le vessazioni, altrimenti se ne favorisce l’escalation”. Ma, come si vede nel film, denunciare non è facile. Secondo l’ultimo Rapporto nazionale sull’infanzia e l’adolescenza (a cura di Eurispes e Telefono azzurro, novembre 2008), tra gli adolescenti vittime di bullismo solo il 7,8 per cento ha avvertito un insegnante dell’accaduto. Ancora meno quelli che si sono rivolti ai genitori (6,5 per cento) o che hanno chiesto aiuto ai compagni (5,8 per cento).

Uno su cinque, invece, subisce le angherie senza aprire bocca, magari sotto gli occhi dei compagni. che reagiscono nei modi più diversi. Secondo le vittime, il 15,5 per cento dei ragazzi, pur disapprovando il fatto, non interviene; il 12,1 per cento rimane indifferente e, percentuale inquietante, il 21,4 per cento sembra addirittura divertirsi, magari riprendendo tutto con il telefonino, come ha confessato di aver fatto l’8,2 per cento dei maschi. Un’arma a doppio taglio, che in qualche caso ha portato il bullo in prima pagina. “Durante le riprese ho dovuto spesso apportare piccole modifiche alla storia, perché la cronaca ha offerto episodi che superano qualunque tipo di immaginazione -racconta Antonucci-. Spero che il film aiuti a riflettere sulle motivazioni che spingono molti giovani, all’apparenza normali e spesso provenienti da famiglie di livello sociale medio-alto, a mettere in pratica gesti ed azioni di violenza fisica e verbale verso i loro coetanei”.

Il cinema, del resto, da sempre offre spunti di approfondimento sulle problematiche giovanili: “Un film unisce stimoli alla riflessione a vissuti emotivi ed è perciò un ottimo strumento di discussione -conferma Alfio Maggiolini, docente di Psicologia dell’adolescenza all’Università degli studi di Milano Bicocca-: i film per adolescenti sono pieni di atti di bullismo e vengono utilizzati come base di riflessione per finalità cliniche o pedagogiche”. E lo strumento visivo è così efficace che, per alcuni, non è fondamentale che il film tratti argomenti adolescenziali per suscitare interesse: “Quando lavoriamo nelle classi delle scuole possiamo partire anche da scene di film di Walt Disney o dallo stralcio di una partita di calcio -dice Gabriella Cappelletti che insieme al figlio Marco, a suo tempo vittima dei bulli, gestisce il sito bullismo.com-: l’importante è stimolare i ragazzi, in modo che il problema del gruppo emerga da sé”.

Creare un diversivo, insomma, per evitare che i ‘bulli’ si nascondano e per farli uscire allo scoperto. “I film sul bullismo sono forse più utili agli adulti -prosegue Cappelletti-, perché presentano situazioni che potrebbero trovare nella loro quotidianità, aiutandoli a non sottovalutare i segnali che arrivano dai ragazzi”. Anche se, avverte Maggiolini, “l’obiettivo dev’essere favorire momenti di riflessione tra adulti, ragazzi e insegnanti e non colpevolizzare i genitori” che tuttavia, dal film di Antonucci, escono senza distinzioni con le ossa rotte: se da un lato il bullo Miki si ritrova un padre in carriera che sniffa cocaina, dall’altro il tranquillo Marco non riesce a confidarsi con sua madre, troppo spesso concentrata su di sé.

Andrea Rottini

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