Le storie
La città meticcia
Un'ex fabbrica, occupata nel 2009, ora è un modello di convivenza alle porte di Roma. Benvenuti a Metropoliz.

Il Grande raccordo anulare dista solo qualche chilometro. Da Castel Sant'Angelo, per arrivare al 911 di via Prenestina (VII Municipio) ci si impiega più di un'ora e mezza. Sono appena 15 chilometri, ma il traffico rende il viaggio un inferno. All'arrivo, un cancello verde, segnato dalla ruggine. Una pallonata lo scuote d'improvviso. Sopraggiunge un ragazzino che non ha più di dieci anni, toglie il catenaccio e fa entrare gli ospiti.
Fino alla fine degli anni Ottanta, questo era un salumificio della Fiorucci. Poi, nei vent'anni successivi, se n'è impossessato lo scorrere del tempo, lasciando in eredità tre ettari di terreno polveroso, disseminato di capannoni e ferri vecchi. Finché, il 27 marzo 2009, i Blocchi precari metropolitani (Bpm), un movimento per la lotta alla casa nato a Roma nel 2007, ha occupato l'area. "All'inizio c'erano solo italiani e qualche profugo -spiega Irene Di Noto, dei Bmp-. Sei mesi dopo si sono aggiunti i rom, che erano stati sgomberati dall'accampamento abusivo di via di Centocelle".  Così è nata Metropoliz, l'occupazione meticcia dove convivono italiani, sudanesi, eritrei, marocchini, sudamericani e rom romeni. La città di chi non ha casa.

Ma Metropoliz non è una "baraccopoli". Sotto gli scheletri dei magazzini abbandonati, gli occupanti hanno costruito abitazioni in mattoni e cartongesso. Dal portone del civico 911, il primo "quartiere" che s'incontra è quello della comunità rom: poco più di trenta case, un centinaio di persone in tutto. "Sono contento di quello che abbiamo costruito -racconta Ionut, 27 anni e tre figli a carico-: è bello non dover stare più in una baracca". Nel campo abusivo di Centocelle non c'erano né acqua, né luce, né gas. 
Per fabbricare un immobile come quello in cui abitano i rom di Metropoliz, servono circa 400 euro. L'associazione Popìca, una onlus che dal 2006 fa animazione sociale per i bambini di strada, in Italia e in Romania, ha aiutato le famiglie a trovare i soldi necessari per completare le costruzioni. "All'inizio qualcuno preferiva rimanere nelle tende, ma alla fine si sono tutti convinti a costruirsi una casa -racconta Gianluca Staderini, uno dei volontari-. Noi abbiamo dato loro una mano a organizzarsi". Per avere la cittadinanza di Metropoliz occorre infatti rispettare un regolamento: è appeso su un muro, poco distante dai bagni comuni. Oltre a pretendere pulizia e ordine, si chiede agli abitanti di non abusare di alcol e di  rispettare donne e bambini. Chi sgarra, viene allontanato. 

Come direbbe il Pasolini di "Ragazzi di vita", romanzo ambientato proprio in queste borgate romane, le case sono piccole come pollai e hanno le pareti sbrecciate, senza rifiniture. 
Dai finestroni rotti del capannone che le sovrasta, passa la luce del tramonto. Alcune donne si danno un gran da fare per preparare la cena sui fornelli disposti all'esterno delle loro abitazioni. Georgiana non parla volentieri, però non ha problemi a mostrare dove dorme: un'unica stanza, con due letti disposti ad L, divisi da una pianta. Ha dipinto i muri di viola, decorandoli poi con una greca di tulipani e ha coperto il pavimento con dei tappeti. Nonostante lo spazio sia limitato, nulla è fuori posto. I suoi figli, così come gli altri bambini di Metropoliz, frequentano le scuole della zona. Trenta di loro sono iscritti all'istituto "Iqbal Masih", poco distante dall'occupazione, nel VI Municipio. Una mamma italiana, Michelle Notaristefano, è a capo del Comitato genitori: "Dal Natale del 2009 in poi, il ricavato di ogni festa della scuola è stato devoluto al progetto Metropoliz". Così trenta famiglie hanno potuto costruire altrettante case, finanziate per il 50 per cento con soldi raccolti.

"Ora devo solo ottenere la residenza -confida Ionut-: altrimenti non posso lavorare". Senza quel certificato carta d'identità, libretto sanitario e  patente restano un sogno. Così come l'idea di guidare il furgone con cui recuperare i ferri vecchi. Ma la strada per Ionut è tutt'altro che scorrevole. Secondo una direttiva europea recepita nel 2007 dal Governo italiano, un neocomunitario come lui può diventare residente in un altro Paese dell'Unione solo se "dispone per se stesso e per i propri familiari di risorse economiche sufficienti". 
Francesco non ha questo problema: lui è "nato, cresciuto e pasciuto a Roma", dice.  Vive nella parte opposta di Metropoliz, al 913 di via Prenestina. È iscritto in graduatoria per ottenere un alloggio popolare, ma prima di poterne varcare la soglia, ne ha di posizioni da scalare. Nel frattempo, aspetta. È in buona compagnia, visto che da due anni il Comune non pubblica nuovi bandi e le persone in attesa sono circa 30mila.

La povertà, per Francesco, è arrivata inaspettata: " Mi sono trovato d'improvviso senza lavoro, con moglie e due figli da mantenere". Il piccolo, 6 anni, ha il labbro leporino e riceve un sussidio mensile di invalidità di 250 euro. Francesco era responsabile sicurezza di un'azienda che faceva impalcature: "Eravamo pesciolini piccoli in un mare di squali. Ci hanno divorato, la ditta è fallita e ci siamo trovati a piedi". Da quando risiede a Metropoliz non ha mai avuto problemi di convivenza: "Qui siamo una grande famiglia. Al di là della lingua che parliamo e dei piatti che mangiamo, in fondo, siamo tutti uguali". 

Quando è arrivato in Italia dal Sudan, Mohammad ha ottenuto lo status di rifugiato politico e per sei mesi ha vissuto in un centro d'accoglienza. "Qualche volta finivamo in sei per camera" ricorda. Ha deciso di andarsene perché nel centro non riusciva a vivere. Quando ha saputo di Metropoliz, si è trasferito subito e con l'aiuto di un ingegnere etiope, pagato 35 euro al giorno, ha tirato su la sua casa. I soldi li ha guadagnati all'Ikea, dove tutt'ora lavora. Peccato che il suo stipendio non basti per affittare un appartamento.
"Modelli come Metropoliz permettono di non consumare altro suolo e di autogestire un'area altrimenti dismessa" spiega Roberto Mastrantonio, presidente del VII Municipio, che si è sempre dimostrato disponibile con chi (in regola) ha chiesto il certificato di residenza. "L'amministrazione comunale dovrebbe avere più coraggio -ammette- e trasformare le occupazioni in zone di auto recupero legali". A patto, però, che ci sia un accordo con il proprietario del terreno. Altrimenti, Metropoliz è destinata a finire sgomberata, come altre occupazioni in giro per la città. "Il nostro movimento non mira a ottenere case popolari -precisa Gianluca Staderini-, ma a costruire una città meticcia".
Nel '46, qui, ci abitavano "cafoni pugliesi o marchigiani, sardi o calabresi". Pasolini racconta che se ne tornavano ubriachi, la sera, "ai villaggi di tuguri ammucchiati nelle case in costruzione, tra le scarpate delle viuzze che davano sulla Prenestina", dopo aver passato la giornata a raccogliere ferro e materiali di scarto. Tutt'attorno, ieri come oggi, "impalcature, casamenti in costruzione" e grandi prati di "erba sporca". 

Testo di Lorenzo Bagnoli

 

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