Le storie
Girone di ritorno
Da quattro mesi le associazioni di Napoli occupano l'ex manicomio. Perché non riapra.

Luisa aveva 23 anni quando fu ricoverata al Leonardo Bianchi. La guerra era finita da poco e lei si ritrovò in una città fantasma di 220mila metri quadrati, sulla collina di Capodichino: era affetta da schizofrenia paranoide e non riusciva a sopravvivere da malata in una società che a fine anni Quaranta gettava in manicomio tutti i "diversi".
Al Bianchi, l'ospedale psichiatrico di Napoli, Luisa viveva accanto ad altre 8mila persone vestite tutte uguali, imbavagliate con la camicia di forza, lavate con la pompa dell'acqua. Un immenso girone dantesco chiuso ufficialmente nel 1983 (anche se ha smesso definitivamente di ospitare i "matti" solo nel 2000) e abbandonato al degrado, ad eccezione di una farmacia, un ambulatorio e qualche ufficio dell'Azienda sanitaria locale.

Questo fino al 9 dicembre scorso, quando trecento operatori sociali, insieme ai pazienti e ai loro familiari, hanno occupato il corpo centrale dell'edificio in rappresentanza di circa 200 cooperative e associazioni riunite nel comitato "Il welfare non è un lusso". "Chiediamo un maggiore investimento sulle politiche sociali e sociosanitarie in Campania -spiega il portavoce, Sergio D'Angelo-. Abbiamo denunciato più volte che la spesa sociale della Regione è tra le più basse d'Italia". Appena 32 euro pro capite, contro una media di 165 euro in Italia e i 344 della Val D'Aosta. "Con i nuovi tagli, partiti dal Governo, e poi ricaduti a pioggia su Regioni, Comuni e Asl -prosegue D'Angelo-, la situazione è diventata catastrofica".

Ai mancati investimenti si sono aggiunti i ritardi nei pagamenti per i servizi già erogati. Da un anno e mezzo le cooperative che si occupano di salute mentale hanno un credito con l'Azienda sanitaria napoletana di circa 10 milioni di euro e non ce la fanno più a funzionare come "banche", anticipando i costi di gestione. Nel capoluogo campano ci sono almeno 2mila sofferenti psichici in carico ai servizi e, si stima, altri 6mila ricoverati in cliniche a pagamento. "Di questo passo -prevede D'Angelo- saranno di nuovo abbandonati o rinchiusi in strutture private e migliaia di persone resteranno senza assistenza. A 15 anni dalla chiusura degli ultimi manicomi, siamo tornati al punto di partenza".

Dopo aver trascorso al Bianchi anche il Natale e il Capodanno tra tombolate, concerti e convegni, gli operatori continuano giorno e notte la loro occupazione. Oltre agli obiettivi politici, intendono trasformare l'ex manicomio in un centro studi permanente sui temi della salute e delle politiche sociali, con il sostegno dei pazienti e delle loro famiglie.
Intanto in soli quattro mesi hanno fatto dell'ex manicomio il simbolo di una vertenza che coinvolge circa 7mila lavoratori sociali nel capoluogo e 20mila in tutta la Campania. Sono operatori, educatori, sociologi, psicologi, professionisti che si occupano delle persone più fragili della società. Come Luisa che dopo il Bianchi è stata vent'anni al Frullone, un altro centro di salute mentale napoletano, fino a quando non l'hanno accolta in una casa famiglia con persone come lei.

Dei tempi andati Luisa rimpiange solo la tranquillità di un regime con regole fisse: "Lavoravo sempre -racconta-: ogni giorno pulivo i saloni, lavavo quattrocento piatti, forchette e cucchiai, oppure accudivo le vecchiette. Erano gli infermieri o le suore a decidere i miei compiti". Una vita quasi normale, se non fosse per la libertà negata e l'ingiustizia della reclusione forzata a cui si ribellò, nel 1978, Franco Basaglia.
"Luisa è una sopravvissuta: per trent'anni l'unica cosa che ha potuto fare è stata andare da una struttura all'altra -ricorda Enzo Cuomo, riabilitatore psichiatrico, uno di quelli che nei manicomi ci lavoravano e che ha contribuito a chiuderli-: al Bianchi facevamo attività ludiche e di riabilitazione spazio-temporale per abituare i pazienti all'idea di passare in abitazioni più piccole. Qualche volta andavamo pure in gita".

Un piccolo lusso che, soffocati dalla mancanza di fondi, i centri di salute mentale non si possono più permettere, mentre le case famiglia come "La Bailadera", dove oggi vive Luisa, rischiano di chiudere definitivamente. "Qui le persone hanno trovato una dimensione di vita più idonea alle proprie condizioni, che considera anche le esigenze del tempo libero, della cura di sé, degli affetti -spiega Cuomo-. Noi operatori le seguiamo con grande entusiasmo, nonostante i mancati pagamenti della Asl e il rischio costante di perdere il lavoro".

"Quando lavoravamo negli ospedali psichiatrici la nostra unica speranza era che un giorno i pazienti uscissero di lì -dice Massimo De Benedictis, anche lui ex operatore del Bianchi e oggi presidente della cooperativa sociale Il Calderone, che gestisce una casa famiglia-. Anche se non del tutto guariti, negli appartamenti affidati al terzo settore i pazienti sono almeno liberi di prendersi un caffè, di farsi la barba e vivere con la dignità di esseri umani".
Una conquista faticosa, che la crisi del sistema sociale sta mettendo a repentaglio. Il comitato "Il welfare non è un lusso" calcola in almeno 500 milioni di euro i debiti che Regione Campania, Comuni e Ambiti territoriali devono a cooperative e associazioni per i servizi socio-assistenziali a tutte le categorie di persone disagiate: oltre ai sofferenti psichici, anche anziani, disabili, bambini, malati di Aids, immigrati, donne vittime di violenza o di abusi, tossicodipendenti.

Il primato negativo spetta al Comune di Napoli, con 100 milioni di euro di debiti e tre anni di ritardo nei pagamenti. "Qui è esplosa una crisi che riguarda tutta la nazione -conclude Sergio D'Angelo-: per questo sono in corso incontri in altre città italiane per discutere una piattaforma nazionale sul welfare". E il Leonardo Bianchi, da luogo di segregazione della diversità, si candida a diventare il quartier generale della riscossa.

Scritto da Ida Palisi

 

Eventi
Rubriche